giovedì 19 luglio 2012

Il diritto non esiste (11). La differenza fra il segreto e il clandestino.

Qual è la differenza fra il segreto e il clandestino?

Il segreto è separato: è diviso da ciò che non è segreto: è noto a chi non ha segreto, in quanto consapevolezza di non essere a parte del segreto.
Noto è l'esistere, non il contenuto: il contenuto è segreto, ma il fatto delle conoscenza che esiste il segreto è necessario all'esistenza del segreto: se gli altri non sanno che c'è un segreto, che segreto è?
Tanto è noto il segreto, che la legge lo prevede: e la legge, in ipotesi, è nota a tutti.

Il clandestino non è separato: è ignoto.
In nulla si differenzia il clandestino da ciò che non è clandestino, se non per il fatto che è ignoto al non clandestino il fatto che il clandestino esiste.
Non può essere separato, perché separandosi si renderebbe noto.
L'esistenza del clandestino è il suo non esistere per chi non è a parte del clandestino.

Andrea Camilleri clandestino

Ne deriva che il segreto attiene alla sfera del potere: il potere lo secerne, lo regola, lo difende.
Il clandestino attiene alla sfera dell'interesse: è la qualità dell'esprimersi dell'interesse che determina il clandestino
Quando il clandestino si manifesta come tale, non è più clandestino.

Ne deriva che il segreto è un oggetto, il clandestino un soggetto: appunto: la società borghese è società di oggetti, la società non borghese è società di soggetti.

Nel libro di Tobino, Il clandestino, 1962, c'è questa definizione:
"Tale organizzazione fino allora non aveva compiuto nessuna azione notevole. A suo merito fino ad allora c'era soltanto il fatto, di nessun apparente rilievo, d'essere stata attentissima a ogni avvenimento e persona della città ed avere estirpato dentro di sé ogni paura dei fascisti, essere lucida contro di loro. L'organizzazione non aveva precisi elenchi o statuti, fisse e periodiche riunioni; anche il numero degli organizzati era quanto mai fluttuante, dei giorni saliva a venti, degli altri a cinquanta, a volte diveniva anche più grande, dei giorni sembrava restringersi fino all'esiguità".

Tobino descrive l'esistenza del clandestino, ma contemporaneamente ritiene che rapporti fra gli esseri umani di quel tipo non possono durare: "Fu un amore, amici, / che doveva finire" (Tobino, poesia in epigrafe al libro Il clandestino, 1962): appunto: il clandestino (nella società non borghese) è amore, nella società borghese la radice dell'ordinamento è invece il segreto (il potere).


Il clandestino di Tobino non poteva durare perché viveva in una società borghese.

Le condizioni perché esista il clandestino non sono esterne, nell'ordinamento, ma interne all'essere umano: il clandestino modifica l'ordinamento ma non può trarre nulla da esso: né la giustificazione giuridica, né l'esistenza di fatto.

Se accettassimo come ipotesi che il libro di Tobino può contenere nella descrizione poetica le condizioni, da rendere palesi giuridicamente, dell'esistenza del clandestino, dovremmo analizzare le modalità dell'esistenza nei personaggi significativi del libro, particolarmente l'ammiraglio Saverio, monarchico, e "il Rindi, che arrivava", fascista: "come gli si presentasse un altro perché aggiunse: In chiesa non ci andavo mai" (fine del libro): da come Tobino conclude il libro, sembra che tra le condizioni di esistenza del clandestino sia l'andare in chiesa: cioè fare quello che fanno anche gli altri, con gli altri: allora smetterebbe di essere clandestino: non è separato dagli altri: è solo la qualità dell'interesse che esprime che determina il 'clandestino'.

A ciò verrebbe conferma dalle anomalie nel deperimento progressivo del segreto segnalate dalla relazione introduttiva al convegno sul segreto: "il segreto delle camere di consiglio, quello di polizia e quello confessionale, che" resistono nella situazione attuale, anzi "sembrano addirittura non esistere, tanto spessa e resistente è la coltre di silenzio che li copre".
Questi casi di segreto "non esistono", quindi sono, anziché casi di segreto, casi di clandestino.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...





Manu Chao - Clandestino(1998)








mercoledì 18 luglio 2012

Il diritto non esiste (10). Il segreto.

Nella società non più dominata dalla classe borghese (quale ci stiamo trasformando.. ci vuole ancora una generazione..) il segreto non esiste.

Cosa significa "il segreto non esiste"?


Il segreto non esiste?

In primo luogo, che la legge non lo prevede.
In secondo luogo, che chi lo può usare non lo usa.
In terzo luogo, che la natura dei rapporti giuridici non lo consente.

E' vero che oggi in Italia molte leggi prevedono il segreto, ma è vero anche quanto è scritto nella relazione introduttiva di Giuseppe Ferrari al convegno sul segreto (Roma, ottobre 1981):
"Il racconto diffusamente dipanatosi è il racconto, meglio che dell'avventura del segreto, delle sue disavventure, cioè delle violazioni di esso in ogni campo e del cattivo uso che in ogni campo, e persino ad opera dei loro custodi, ne viene fatto nell'Italia di oggi con un crescendo impressionante e preoccupante, reso possibile dalla mancanza di reazioni o da reazioni inadeguate".

Per chi crede che il giuridico è il diritto e il diritto è la legge - ius cum lege convertitur, come scoprì Suarez, nella società del Cinque/Seicento - la descrizione di Giuseppe Ferrari non tocca il fatto che il segreto è previsto nelle leggi e le leggi devono essere osservate.

Ma la legge cambia natura giuridica quando il dominio di classe della borghesia nella società si allenta: come sta accadendo attualmente, gradualmente, dove le destre più o meno estreme di Grillo, di Di Pietro, di Bossi, di Fini, e dei berlusconiani vari non possono fare altro che prendere atto di questa inesorabile e irreversibile trasformazione della società ... per non parlare della cosiddetta sinistra, in realtà anch'essa borghesia moderata, in via di estinzione, culturalmente e politicamente, compresi i vari Renziniani e Fassiniani.

E' sempre vero che la legge è l'espressione della volontà del Parlamento e il Parlamento elabora le regole di convivenza nella società, ma non è più vero che ius cum lege convertitur: il giuridico dell'estremamente umano non può essere compresso dalla legge perché, in una società ove la violenza non impone più l'unica misura di valutazione borghese, la legge è valutata giuridicamente... in tal caso "all'udir parole di tante leggi, così gagliarde e sicure, e accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che, al solo rimbombo di esse, il segreto debba essere osservato" (Manzoni, I promessi sposi, capitolo I, 1827).

Promessi sposi, Associazione Nova Harmonia, Lecco

Come il moltiplicarsi delle grida aristocratiche per il borghese Manzoni è la dimostrazione dell'esistenza dei bravi, così le molte leggi sul segreto sono la dimostrazione che giuridicamente per le classi non borghesi il segreto non esiste.

Il comando aristocratico non accompagnato dalla giuridicità borghese è dimostrazione, nella società borghese, che il comando è inefficace. La previsione della legge non accompagnata dalla giuridicità non borghese è dimostrazione, nella società non borghese, che la legge non prevede il segreto.

Constatazione di fatto: chi 'fa a meno' del potere della borghesia nella società, non usa il segreto.
Istintivamente, come ha ricordato Gregorio Arena in epigrafe all'articolo sulla casistica del segreto in Partecipazione (1980): chi usa il potere, cioè il Principe, usa il segreto.
Istintivamente, si può del pari empiricamente rilevare, chi usa l'egemonia non usa il segreto.

La constatazione empirica, che è descrizione di uno spontaneo atteggiamento psicologico, cioè dell'inconscio, può essere di non immediata evidenza per chi abbia idee non chiare sulla differenza fra potere e egemonia e sul rapporto di classe fra borghesia e classi non borghesi.
Poiché il potere è agire e l'egemonia è fare agire, un'egemonia con il segreto è impossibile.
Poiché la borghesia è tenuta insieme da un interesse oggettivamente fondamentale e le classi non borghesi da interessi soggettivamente fondamentali, classi non borghesi organizzate con il segreto vanno incontro alla disfatta.

Altra osservazione empirica: uno scoglio nei rapporti DC-PCI durante la solidarietà nazionale, come risulta dai ricordi di quel periodo di Andreotti e di Di Giulio, fu il contrasto fra l'esigenza della riservatezza della DC (Andreotti: "anche un cauto sondaggio per nominare motu proprio il senatore Colajanni alla vicepresidenza dell'IRI ha avuto riscontro negativo", Diari 1976-1979, 5 gennaio 1979, 1981) e l'esigenza di far sapere tutto del PCI (Di Giulio: "a questo punto, dopo due anni e mezzo, si può senz'altro dire che questa trasmissione televisiva fu chiesta al Presidente del Consiglio da noi e Andreotti ebbe molte perplessità prima di farla", Un ministro-ombra si confessa, 1979).

Analogo scoglio nei rapporti PCI-PSI fu il contrasto fra il metodo di elaborazione con dibattito nel PCI e il metodo di decisione carismatica nel PSI.
Poiché il potere del PCI era una componente dell'estendersi dell'egemonia delle classi non borghesi nella società italiana, questi fatti devono essere tenuti in conto nel dibattito sul segreto.

Occhetto archivia il PCI
(lacrime?)

Poi Occhetto, non comprendendo la direzione dell'evoluzione della società italiana, gettò a mare il patrimonio storico e culturale del PCI per sposare anche lui la politica dell'immagine (dell'apparenza) borghese in luogo di un comportamento realmente comunicativo (egemonia di equilibri tra interessi), innescando così il declino della sinistra italiana (che da tempo ormai non esiste più).
Oggi perfino Fini sembra operare una politica di 'sinistra' (mentre in realtà è una raffinata operazione di gestione del potere, a qualsiasi costo).

La società borghese deriva dalla distinzione fra pubblico e privato (Tasso, Gerusalemme liberata, canto VII, ottava 62, prima del 1575) e fra legge e diritto soggettivo (Michelangelo, Tomba di Giulio II, prima del 1513).

Nella società che si sta delinando (non borghese), la distinzione tra pubblico e privato non esiste

E' quindi impossibile che esista il segreto: si può avere segreto solo in quanto è separato dal pubblico, e il pubblico nella società non borghese non esiste.

Si può obiettare: nel privato il segreto è la regola, la scomparsa della distinzione pubblico/privato non estenderà la possibilità del segreto a tutti i rapporti? Risposta: quando tutti i rapporti sono contemporaneamente interesse del "soggetto" (tra virgolette perché è termine della scienza giuridica borghese, inesatto in quella non borghese) e interesse della comunità, il segreto che possa esistere nell'interesse del solo soggetto, ignoto alla comunità, è il clandestino.
Non è infatti un rapporto separato dagli altri rapporti nella comunità, ma un rapporto che non esiste nella comunità.
Il segreto fa parte dell'ordinamento, il clandestino non fa parte della comunità.


Scomparsa la distinzione pubblico/privato, il privato non ha più segreti. Analogamente, nella società romana gli arcana imperii, studiati da De Francisci, erano incomprensibili, ma non segreti.
Il segreto presuppone criteri di conoscenza comune, cioè la possibilità di conoscenza comune fra chi ha il segreto e chi non lo ha, ciò che nella società degli arcana imperii non è possibile; come presuppone che la comunità riconosca privilegi maggiori ad alcuni che ad altri, ciò che nella società non borghese non è possibile.

Il segreto d'altra parte ha giustificazione nell'interesse pubblico, e l'interesse pubblico esiste solo nella società borghese.
Un interesse generale comune a tutti può essere posto a fondamento dell'ordinamento solo quando esiste di fatto una forza capace di sottomettere tutti alle esigenze dell'ordinamento, cioè quando esiste il dominio di classe.
Nella società non borghese, per definizione, l'interesse pubblico non esiste.

Quando non esiste l'interesse pubblico è impossibile trovare una giustificazione giuridica del segreto: relazione introduttiva al convegno sul segreto: necessità della corrispondenza di ogni segreto ad un interesse pubblico.
Giuseppe Ferrari descrive come è la commistione in Italia fra società borghese e società non borghese, utilizzando ancora concetti della scienza giuridica borghese. Man mano che aumenta in tutti la consapevolezza che ogni qual volta si cita l'interesse pubblico per le classi non borghesi è in agguato una fregatura, il segreto si riduce.
E' ciò che viediamo svolgersi sotto i nostri occhi.

Alfano, Bersani, Casini

La scomparsa della distinzione pubblico/privato e l'inesistenza dell'interesse pubblico sono due ragioni in negativo dell'impossibilità del segreto nella società non borghese.
E c'è una ragione in positivo, che illumina tutto il problema: nella società non borghese, come adombrò Marx nella Critica al programma di Gotha, non è la libertà che deriva dalla legge, è la libertà che crea la legge.

Karl Marx, Critica al programma di Gotha, 1875

Quando gli esseri umani sono "liberi" in tal senso, perché dovrebbero avere segreti?


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...





L'ultimo viaggio della borghesia 
(Intervista a Laura Boella, Università Statale di Milano)







giovedì 28 giugno 2012

Declino dell'informazione 'oggettiva' (del potere). E conseguenze.

Le pulci al potere dobbiamo farle da soli perché l'informazione (che per ruolo e definizione dovrebbe fare essa le pulci al potere, non è in grado di fare alcunché) è tutta in mano al potere attraverso gli assetti proprietari e le nomine di direttori e caporedattori. 

Oggi occorrerebbe diffidare di chi fa il giornalista per testate storiche e blasonate: cosa hanno combinato  negli ultimi venti-trenta anni (chi più chi meno) per contribuire allo sfacelo che stiamo vivendo in questo momento?

C'è ancora qualcuno che ancora crede che l'informazione cambi le cose?

L'informazione se critica può solo dare informazioni utili a indirizzare le scelte e i mutamenti che però avverranno per forza di cose nella società reale, nei rapporti reali tra le persone che si incontrano (non su Internet: Internet per questo non esiste).


L'informazione se debole, finisce succube del potere che la tiene al guinzaglio per non essere infastidito da domande imbarazzanti (che il giornalismo di professione ha abbandonato da decenni), tutt'al più suscita indignazione, qualche mugugno, alimenta discussioni da bar o da pausa caffé, esattamente come l'ultimo gossip o come la onnipresente partita di calcio, consueta valvola di sfogo delle tensioni campanilistiche di noi Italiani.


Il bavaglio? E' studiato soprattutto per le informazioni che circolano su Internet, che anche se non cambiano gli equilibri di potere, però infastidiscono i manovratori (che non vogliono essere disturbati): quando si accorgeranno che è più utile 'spiare' e 'schedare' chi e cosa si dice in rete, piuttosto che 'imbavagliare' e 'censurare': allora perfino l'Acta sarà rifiutato (per operare diversamente, in segreto, solo a protezione di generici interessi commerciali).

Politicamente, dal punto di vista del potere, Internet conviene tenerlo aperto: come la droga usata negli anni 60 per neutralizzazre la protesta: se si fuma con abbondanza di approvvigionamento si ha meno voglia di ribellarsi: così la televisione, così internet, strumenti che non cambiano proprio nulla nei comportamenti e scelte, se non mutare il sistema percettivo quando masse di persone si assuefano a tali strumenti per lunghi periodi di tempo (generazioni): la tv e Internet oggi narcotizzano i sensi critici soffocati nell'illusione di aver fatto qualcosa di concreto solo perché si sono inviati decine di tweet, messaggi, emails, sottoscrizioni di pagine web, si è risposto nei blog su questo o quell'argomento... e pensiamo che la società stia cambiando perché noi seduti davanti ad uno schermo ci illudiamo di interagire con tutto il mondo, che sarebbe tutto intero sotto la tastiera del dispositivo.

L'interazione è una inter-azione tra persone: e l'azione è una esperienza multisensoriale: coinvolge mente e corpo in uno scambio culturale/biologico non imitabile (ancora, per fortuna) da alcuno strumento tecnologico inventato dall'uomo che imiti grossolanamente una qualsiasi delle funzioni umane: meccaniche, nervose o cerebrali che siano.

L'interazione per via telematica è chiamata così (interazione) per via della confusione tra feed-back binario 1-0 (input-output) con il feed-back molto più complesso e complessivo dell'esperienza umana: ciò che invece produce uno scatto conoscitivo, morale, una esperienza che modifica i nostri valori/interessi.


Il fatto che se io pigio sulla tastiera qualcosa e dall'altra parte avviene poi lo stesso senza altro coinvolgimento non è comunicazione (rapporto) ma mero scambio di dati.

Che poi qualcuno scambi la mole di dati scambiati per un sistema vivente complesso, allora ciò significa che abbiamo perso il senso dell'essere umano e viviamo (non tutti, per ora, per fortuna) all'interno di stati di allucinazione collettiva.

Internet per prima cosa non è "tutto il mondo": è solo quello che alcuni esseri umani hanno deciso che sia accessibile attraverso la selezione/pubblicazione di materiale vario: ma il mondo è molto più ricco e vario di quanto si creda sfogliando/navigando per Internet (Shakespeare).

Internet è una selezione di dati immessi in una rete di informazione.

Chi decide quali dati sono disponibili e accessibili?
Noi, o meglio: la nostra griglia psichica di interessi/valori.

Internet, tanto per concludere, non è nemmeno democratico poiché il suo utilizzo è subordinato alle risorse disponibili per pagarsi l'abbonamento di connessione, i dispositivi e gli accessori: cioè crea emarginazione.

E' evidente che al "popolo della rete" questo tipo di emarginazione non importa, in quanto esso (essendo connesso in rete) questo probelma non lo vede (ciò che non è connesso non esiste): questo è l'aspetto più inquietante e paradossale dell'uso di questa tecnologia... e per via di una cultura borghese di cui siamo ancora (più o meno) intrisi: se il popolo della rete non 'vede' tale problema, allora tale problema, semplicemente, "non c'è".


Uso il verbo 'vedere' perché, dei nostri sensi, dalla stampa di Gutenberg in poi, abbiamo privilegiato la 'vista' per valutare la realtà: la lettura, i libri, il linguaggio stampato come proiezione della nostra identità nazionale, e poi le immagini stampate, le foto riprodotte, la tv, lo schermo del computer: in Internet si guardano parole e video e immagini in misura maggiore che nella realtà: questo modifica a lungo andare il nostro sistema di equilibrio percettivo: non siamo più abituati ad ascoltare poiché la visibilità richiede una presenza continua (visibile, appunto) pena l'annullamento di sé: perciò, anche quando si parla, molti non vedono l'ora che l'altro smetta per poter cominciare a parlare (senza alcun rapporto con l'altro) così da ri-affermare la nostra identità in quello spazio: non siamo più abituati a stare con gli altri in silenzio: ad ascoltare e percepire vibrazioni, emozioni, sentimenti: eaperienze che non hanno bisogno di parole e nemmeno di immagini (fin troppo manipolabili) per esistere: la realtà interna non può mentire a chi 'sa ascoltare'.

Su Internet è più facile 'fingere' altro da sé.

Ciò che è accaduto in Nord Africa è visto da noi, da qui (dal nostro 'punto di vista' parziale, viziato da un sistema percettivo alterato) come un evento provocato da Internet: chiaro che chi parla così sta parlando dal suo salotto di luci soffuse: e non ha alcuna idea del processo che ha avviato quell'evento.


In quelle terre la cultura è una cultura non-borghese.

Lì le persone vengono prima delle istituzioni, non il contrario: infatti lì il diritto non avrebbe efficacia: solo militari dittatori con le armi possono imporsi sulle persone che non obbedirebbero alla legge ('verità' astratta di potere oggettivizzato): non obbedirebbero ad un 'oggettivo dover essere'.

Le persone si incontrano per strada e nelle piazze e si parlano e si confrontano: sono culture orali/tribali (M. McLuahn, Toronto, 1963): non in senso spregiativo, anzi: il linguaggio di tipo orale/tribale è quello attualmente più vicino alla natura organizzativa della rete tecnologica di Internet (per nodi): è un elemento di aggregazione naturale più umano del nostro (ancorato ad una visione di struttura di potere): noi, che oggettivizziamo perfino l'amore: si ama l'amore in sé, anziché la persona che abbiamo di fronte: poiché non mettendosi in gioco non c'è nulla da temere per le noste vacillanti identità.

In questo mutamento epocale: quando le identità si incontrano, avviene in una prima fase uno scontro delle rispettive rappresentazioni poiché ognuna teme di essere annullata dall'altra: in un secondo momento si costruisce il rapporto di equilibrio (di egemonia) dei diversi interessi su livelli superiori (più elevati): i compromessi di esistenza nella nostra cultura dominante in agonia sono sempre compromessi in cui l'altro è 'il nemico' e quindi gli unici compromessi possibili sono quelli a perdere: tu rinunci a qualcosa e io rinuncio a qualcosa: tutti e due perdiamo qualcosa pur di sopravvivere l'uno all'altro: una spirale discendente che alla fine finisce per annullarci tutti irreversibilmente.

A livelli superiori di crescita culturale-biologica, la diversità è l'elemento fondante di nuovi e migliori equilibri (rispetto agli stati preesistenti): la nostra cultura attuale non è ancora a questo stadio: tutt'ora la 'diversità' è considerato soltanto un argomento topico di retorica concettuale.


Quando la diversità sarà elemento rilevato come unica variabile in grado di innescare mutazione e risolvere schemi (culturali-biologici) non più adeguati, allora il cosiddetto 'compromesso' non sarà più a perdere ma a 'guadagnare': io apprendo e accetto una cosa nuova e sconosciuta di te e tu apprendi e accetti una cosa nuova e sconosciuta di me: tutti e due facciamo esperienza di qualcosa di sconosciuto che (sensorialmente), ci muta profondamente, culturalmente e biologicamente: spirale ascendente verso possibilità di esistenza non ancora immaginate.
Qui c'è amore per l'altro essere umano che è di fronte a noi.

Di conseguenza: i rischi di eliminarci l'un l'altro (nelle guerre... ma anche nella vita di tutti i giorni... fisicamente e psicologicamente...), insieme a quelli di farci del male inutilmente, saranno sempre minori.


Così come i sistemi automatici (informazione telematica, finanza computerizzata, borse ed economie virtuali, robot di controllo e produzione) saranno per forza di cose ridimensionati affinché agiscano nell'interesse di tutti gli esseri umani, e non contro la maggior parte degli esseri umani e a favore dei pochi che dominano gli altri: poiché non sapendo più amare la propria, di vita, allora si dedicano a distruggere la vita degli altri.







Giorgio Gaber, La Democrazia (1996)









venerdì 22 giugno 2012

Il caso: Matteo Renzi. Coalizioni per obbiettivi oppure obiettivi di schieramento?

Matteo Renzi, attuale sindaco della città di Firenze, è stato oggi indicato dal settimanale L'Espresso (edizione Internet) come strumento di una strategia pianificata da Silvio Berlusconi e suo entourage.
L'obbiettivo, secondo L'Espresso sarebbe salvare Berlusconi dai giudici (non usa l'espressione "dalla giustizia") e, se possibile, farlo eleggere Presidente della Repubblica.


Sulla rete tecnologica di Internet, che non esiste poiché i suoi rapporti sono rapporti virtuali e non producono effetti nel mondo reale, si sono scatenati commenti vari, i quali erano viziati dal fatto di rincorrersi all'interno di un recinto invisibile delimitato dalla struttura mentale dominante.

Quale è questa struttura mentale dominante.

Per alcuni esistono ancora le ideologie e le appartenenze cieche prive atteggiamento critico. Uno, se cosiddetto "di sinistra", deve accettare tutto quello che si decide a sinistra: anche l'abrogazione del proporzionale (erede della legge Acerbo invocata da Benito Mussolini per decidere con una maggioranza sicura, senza dover raccordarsi con gli altri) come avvenne nei primi anni '90, dove D'Alema la pensava esattamente proprio come Berlusconi: allora la democrazia non esiste: esistono uomini che devono decidere per gli altri: gli altri devono dare il consenso cieco, fidarsi, af-fidarsi, ciecamente: come era nel ventennio fascista (libri di storia).

Si passava dalla rappresentanza per delega (che si esprimeva democraticamente, nel bene e nel male con la formula del consociativismo) alla crisi di questo strumento, alla sua rappresentanza per affidamento.

Per chi questa società è ancora borghese, i nostri giornalisti, i cosiddetti intellettuali, opinionisti, le differenze sono oggettive: l'appartenenza, obiettivo astratto di potere per poi decidere volta per volta cosa serve.
Tu mi dài il voto perché ti fidi di me e io risolverò i tuoi problemi.

Ora, la tesi è che la società borghese è in agonia e che questa nuova società che si sta affermando, a poco a poco, ragiona, vive, esiste (cioè: costruisce rapporti) in modo differente: questa società è non-borghese (la negazione con il trattino chiarisce meglio il passaggio).

Il non-borghese, non vede più schieramenti e appartenenze cieche, ma vede conflitti di interessi, incrociati tra loro in modo complesso (la semplice interazione di più elementi) e complessivo (il risultato di più elementi interagenti).

In questa situazione, come già detto qui precedentemente, per intervenire con un progetto politico, non vale più il mettersi d'accordo prima e poi si decide cosa fare. Questa situazione richiede prima il riconoscimento e la tutela di interessi fondamentali (irrinunciabili) della società che non sono più tutelati.



Perciò, per operare politicamente, in una società non-borghese, occorre, dopo aver individuato il conflitto, e aver scelto lo strumento di delega, cercare la coalizione più vicina, per qualità di identità, alla tutela di quegli interessi che chiedono tutela (su tutti: il problema dell'emarginazione, politica, esistenziale, culturale).

Ora, il solo errore che potrebbe compiere Renzi, è allearsi con una qualità di interessi molto distante dai suoi obbiettivi.
Questo non dice ancora nulla della qualità delle sue scelte: poiché sono in funzione non di una idea astratta di giusto/sbagliato (concezione borghese di ciò che oggettivamente è valido: la legge), ma di una idea soggettiva dove sono messi in gioco i valori/interessi irrinunciabili di ognuno di noi: i quali per definizione sono diversi a seconda del punto di vista: la prova della statura morale/etica di Renzi sono le sue scelte, i suoi obbiettivi, come intende attuarli: cioè con quali deleghe e con quali coalizioni.

Quando i suoi obbiettivi coincidono con lo strumento di delega e con la coalizione, vi è coerenza a posteriori (non studiata a tavolino, a priori, come invece in questo è perfettamente a suo agio la destra: mentire è prerogativa culturale dell'essere borghese: in società, in politica, fra amici, con i propri affetti).
Se Renzi trovasse affinità di intenti e modi con Berlusconi e soci, sarebbe comunque prova di coerenza: discutibile certo, ma infine coerente, nel suo calcolo di potere. Magari non sarà in linea con le istanze della società: ma è la società a dover fare i dovuti distinguo e decidere se "af-fidarsi" oppure no.
Lo stesso vale per qualsiasi altro personaggio politico, anche Berlusconi: se il suo mentire tipicamente e squisitamente borghese incontra in Matteo Renzi un interlocutore affine, niente vieta che i due stabiliscano progetti politici insieme.
Il problema è se i cittadini, gli esseri umani che chiedono tutela per la loro esistenza, si (af)fideranno o meno (a)di questi personaggi.
La storia degli ultimi venti anni dovrebbe aver insegnato qualcosa relativamente al fidarsi sulla base di semplici dichiarazioni formali.

Nella società non-borghese, l'attuale, le dichiarazioni formali non contano nulla: chiunque può dire e firmare documenti in cui si dice: "io sono per questo e quello" "io sono contro questo e quello" "io farò questo e quello" "io non farò questo e quello".
Nella società non-borghese questo non funziona più.
I fatti, i comportamenti rappresentano l'unico elemento di valutazione puntuale dei nostri interlocutori (non sono più nostri rappresentanti, ma persone che devono rendere conto del loro operato pubblico).
Ma questa consapevolezza è in-divenire, e occorrono altri venti anni circa affinché la nuova generazione ci chiederà conto delle scelte scellerate compiute negli ultimi venti anni.

Intanto la tendenza di questo potere borghese in agonia cerca di non lasciare spazi: riduzione dei parlamentari (in meno si decide e meglio si controllano le decisioni a proprio favore: quindi anche la soppressione di una camera con la scusa di ridurre le spese: e chi è cieco continuerà a non vedere che ci stanno togliendo la terra sotto i nostri piedi); la concentrazione di poteri e deleghe speciali alla presidenza del consiglio (vedi la situazione della protezione civile prima e delle authority adesso con le nomine discrezionali, alla faccia della trasparenza): infatti la trasparenza non esiste se offerta da chi dovrebbe essere controllato: la trasparenza si ha solo quando la società può interrogare qualsiasi comportamento dell'autorità pubblica: se i dati di trasparenza sono dati (e declamati come avviene "noi siamo trasparenti per questo e per quello") e non ricercati: allora non vi è proprio alcuna trasparenza; la revisione della Carta Costituzionale in senso dell'accentramento dei poteri verso il vertice della piramide, riducendo il controllo democratico dal basso; i processi di privatizzazione di attività centrali e strategiche per la nostra economia (spesso per biechi obbiettivi di arricchimento personale); la privatizzazione della nostra banca centrale (già avvenuta) e la cessione della nostra sovranità (adesso Berlusconi vorrebbe cavalcare l'onda della protesta contro la perdita della nostra moneta sovrana invocando il ritorno alla Lira: ma per chi lo conosce un poco per i suoi recenti trascorsi di governo sa benissimo che usa un argomento valido per chi non ha potere per poter fare poi l'opposto una volta ottenuto il potere: si dovrebbe prestare attenzione all'affinità tra obbiettivo, delega e coalizione.




Ovvio che in questa situazione esasperata dove il potere cerca di avere mano libera e svendere l'Italia, cioè le nostre vite (la Regione Friuli ha già messo in vendita a privati isole della zona di Grado), chi solleva lo scontro indicando una causa visibile e oggettiva del diffuso malessere attira simpatie mosse da momentanea emotività: lo ha fatto Berlusconi, insieme a Bossi e a Fini (le altre due destre, tutte e tre molti differenti tra loro per la modalità di comunicazione, comportamento), lo fa a fasi alterne Di Pietro, lo sta facendo Grillo, e chiunque imiti tali accorgimenti tecnici negli scontri in tv, ...).



Anche se sono diverse le appartenenze (sinistra, destra, centro) le modalità rivelano la matrice politica e culturale comune: lo scontro e la distruzione del nemico per conquistare il potere. E' una visione ancora borghese e chi agisce così, consapevolmente o meno, attua un comportamento che non è di ascolto e di accoglimento delle istanze degli emarginati, ma è un comportamento di chiara radice violenta (storicamente: fascista) nel senso dello scontro violento (verbale e fisico) teso ad annullare/distruggere il nemico.

Modalità questa rintracciabile su stampa e tv, che però raccoglie alti indici di audience/vendite, segno che l'informazione (che in quanto merce soggetta ai flussi di domanda/offerta) è in mano a persone non eticamente responsabili del mezzo, ma persone schiave dei meccanismi di mercato

I giornalisti diventano così persone perfettamente sostituibili a seconda della mutata esisgenza del potere, non indispensabili per autorevolezza e capacità (non servono tali qualità in questo contesto): tanto è vero che si cambiano le pedine del potere nelle authority e nelle tv, ma la qualità (bassa) del loro operato è mai autonomo per responsabilità etica e capacità culturale, ma sempre subordinato a chi li ha nominati su quelle poltrone (per quegli stipendi e privilegi da vassalli e valvassori tali personaggi si vendono... al miglior offerente).

Il documento di cui parla L'Espresso, potrebbe benissimo esistere.
Ma ciò non significa proprio nulla: "tanto rumore per nulla": al massimo per aumentare i clic sul sito dell'Espresso e offrire un altro argomento da bar nelle isole tecnologiche (siti web, blog, twitter, eccetera) che non esistono ("sono", ma non "esistono").
L'Espresso non fa più paura come negli anni 60, 70, 80. E mi fermo a 80. Negli anni 90 si ha il suo declino.
Questo 'documento', esistente o meno, non rappresenta nulla: è normale che un gruppo di potere qualsiasi disegni le sue strategie anche su dei pezzi di carta e che qualcuno, magari per giocare al gatto con il topo, lo lancia sul pavimento per vedere chi abbocca prima.
Carta che non vale nulla, come il diritto che ci regola: al tramonto di questa classe borghese che ha dominato per due secoli circa.
Ciò che conta sono i comportamenti che esprimerà Renzi e gli altri: sta a loro con i loro comportamenti (e non con le loro dichiarazioni formali del tipo "ritorno alla Lira" anche se sarebbe auspicabile, ma non certamente lasciato gestire dal signor Berlusconi) convincerci e sta a noi fare le pulci ai loro comportamenti per verificare la loro autentica intenzione.

Personalmente non ho mai nutrito particolare simpatia per Matteo Renzi. Una questione prettamente soggettiva. Non oggettiva.
Mi ricorda gli Yuppies anni 80. La loro ellisse di successo durò nemmeno un decennio.


Sicumera, ironia sdrammatizzante e seduttiva, nessun ombra di dubbio alcuno, battuta pronta, distinto, telegenico, nessuna parvenza di un pensiero un poco più profondo del target di una azione di marketing. 
Guidare il Paese. 
Occorrono altre qualità, secondo me.
Certo... se in giro nessuno offre di meglio... ci si aggrappa a quello che si può, o si crede sia la soluzione.

Certo... il colloquio privato a casa di Berlusconi... io l'avrei evitato.
Ma potrebbe reintrare nella qualità del personaggio: se così, allora, c'è da stare in guardia.






"(...) qualcuno era comunista perché credeva di 
poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri (...)"
Giorgio Gaber, 1991-1992







martedì 19 giugno 2012

Il diritto non esiste (9). Lo stato delle cose?

Qual è lo stato delle cose, oggi?

Quale che sia la facoltà, le dimensioni sono le stesse: è una facoltà che produce troppi 'giuristi' che fanno danno, e troppo pochi che servono davvero.

C'è la facoltà con 20.000 studenti e quella con 400. Quella dove non si riesce a farsi strada nei corridoi tra una folla agitata, e quella in cui un gruppo di tranquilli, troppo tranquilli studenti in un'aula rinascimentale ascolta in un pomeriggio dorato la voce pacata del docente.
Non è solo questione di numero di iscritti: il rapporto spazio fisico-studenti, docenti-studenti, libri-studenti è diversissimo.
Ma non conta.



La facoltà di giurisprudenza è la scienza giuridica, e la scienza giuridica è modo di ragionare.
Si può ragionare in mezzo a un campo di grano e in mezzo al traffico: certo in mezzo al traffico è più difficile, ma il divario è tra ragionare e non ragionare, non all'ambiente esterno dove ci si trova.
"Tanto gentile e tanto onesta pare" oppure "Forse perché della fatal quiete / tu sei l'imago": riuscire a fare poesie musicalmente così diverse è piegare le condizioni materiali: chi si propone di studiare oggi il diritto deve sapere che le condizioni materiali della facoltà in cui ci si trova a lavorare sono proibitive. Ma non abbattersi: frequentare la facoltà di giurisprudenza è una lotta, e le dimensioni matriali sono la parte minore di essa. La parte maggiore è il rapporto con le condizioni esterne alla facoltà: il mercato del lavoro. Si va alla facoltà di giurisprudenza per trovare lavoro: e il lavoro non c'è.
Poichè il lavoro non c'è per il laureato in giurisprudenza.

Ci sono due modi possibili per affrontare il problema del trovare lavoro: andare alla facoltà di giurisprudenza quando si ha già un lavoro; fare doppio lavoro.
La prima soluzione sarebbe la migliore: andare alla facoltà di giurisprudenza avendo già un lavoro: non importa quale: istruttore di nuoto, impiegato di banca, elettricista.
Le difficoltà di questa soluzione è che è l'opposto del modo tradizionale di concepire l'università. I lavoratori-studenti e gli studenti-lavoratori, secondo questo modo di vedere le cose, sono dei poveretti, costretti dalle loro minori capacità (ecnomiche, intellettuali, familiari, morali - il modello per questo modo di vedere è Alfieri, che si faceva legare alla sedia) a vivere l'università solo a metà.



Come è evidente: ci sono tutti gli ingredienti della società borghese: la morale della volontà; lo studio riservato a un'élite; il presupposto che chi va all'università troverà un lavoro migliore degli altri; il presupposto che chi va all'università comanda, e gli altri lavorano.

In realtà, chi va solo all'università, anche se prende tutti trenta, impara il diritto solo a metà: in primo luogo perché glielo insegnano giuristi inesistenti (nel passaggio da una società a un'altra, vedi qui); in secondo luogo perché, nella società in cui viviamo, il diritto non è "il diritto", ma il rapporto tra il diritto della società borghese e la (nuova) realtà.
Chi vive solo nel mondo del diritto, all'università impara a vivere in un mondo inesistente; quando esce dall'università è un giurista che fa danno.
L'altra soluzione, il doppio lavoro, è molto più pesante: perché è difficile convincersi che il voto migliore all'università oggi può essere, in determinate condizioni, ventisei anziché trenta. Quando chi prende trenta è perfettamente integrato, non capisce i problemi degli emarginati; il problema del diritto oggi sono gli emarginati, che non sono solo il problema del sindacato, e che non è problema che si risolve solo riducendo l'orario giornaliero di lavoro.

Il giurista che serve oggi nella società è quello che risolve i problemi del rapporto tra il diritto della società borghese e la realtà trovando un posto per gli emarginati: di questi giuristi dalle facoltà di giurisprudenza ne escono pochi.

La facoltà di giurisprudenza non è il culmine degli studi perché gli studi servono a formare l'essere umano e, per definizione, la facoltà di giurisprudenza specializza: dunque gli studi finiscono prima dell'università, e l'università è altra cosa: che cosa è l'università?
E' il luogo dove si elabora la scienza, cioè il modo di ragionare: luogo per specialisti: la facoltà di giurisprudenzaè luogo per specialisti: i giuristi.
Questi specialisti secondo il diritto della società borghese sono individui che sanno tutto sulla legge e sui diritti soggettivi. Quelli che servono oggi sono quelli che sanno magari un po' meno di leggi e diritti, ma sanno vivere con gli altri e organizzare gli interessi. Per fare questo bisogna fare doppio lavoro: studiare all'università, e vivere la realtà della società. Sarà difficile prendere trenta, ma si diventa un giurista che serve.
Il giurista che serve trova lavoro, senz'altro.

Manifestazione bracciantile a Mantova, 1957

Chi ha il potere è alla ricerca di chi gli consolidi il potere, e il potere oggi crolla se non risolve il problema degli emarginati non in un mondo inesistente, con le leggi e i diritti, ma nel mondo reale, con una soluzione politica dello scontro di interessi concreti nella situazione singola, ha solo l'imbarazzo della scelta: quale potere consolidare.

Quando esiste il diritto borghese e la società non è completamente borghese certamente qualcosa va male. Infatti: basta guardarsi attorno.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...




Così Lontano, Così Vicino (Faraway, so close)
Wim Wenders, 1993
(la teoria del tempo)






lunedì 18 giugno 2012

Il diritto non esiste (8). Docenti inesistenti.

Il corpo docente della facoltà di giurisprudenza in Italia è preparato ad insegnare solo metà del diritto che bisogna imparare.

Inutile prendersela con i baroni e l'inefficienza delle facoltà di giurisprudenza. Con la migliore buona volontà i professori che ci si troverà davanti nella facoltà di giurisprudenza saranno in grado di insegnare solo la metà di quello che si dovrebbe imparare.
Si dovrebbe imparare il diritto: ma loro sono in grado di insegnarti solo il diritto della società borghese (storicamente e culturalmente limitato, nel tempo e nello spazio): che è soltanto "un" tipo di diritto.

Ricordate Calvino?

"Io sono - la voce giungeva metallica da dentro l'elmo chiuso, come fosse non una gola ma la stessa lamiera dell'armatura a vibrare, e con un lieve rimbombo d'eco - Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez!
Italo Calvino (1923-1985)
"Aaah ... - fece Carlomagno e dal labbro di sott, sporto avanti, gli uscì anche un piccolo strombettio, come a dire: "Dovessi ricordarmi il nome di tutti, starei fresco!". Ma subito aggrottò le ciglia. - E perché non alzate la celata e non mostrate il vostro viso?
"Il cavaliere non fece nessun gesto; la sua destra inguantata d'una ferrea e ben connessa manopola si serrò più forte all'arcione, mentre l'altro braccio, che reggeva lo scudo, parve scosso come da un brivido.
" - Dico a voi, ehi paladino! - insisté Carlomagno - Com'è che non mostrate la  faccia al vostro re?
" La voce uscì netta dal barbazzale. - Perché io non esisto, sire".
(Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959)

Così è per i professori di diritto: per la scienza giuridica sono 'cavalieri ineisitenti', per quello che insegnano sono 'visconti dimezzati' (Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952), per la vita pratica sono 'baroni rampanti' (Italo Calvino, Il barone rampante, 1957).

L'intuizione di Calvino ha descritto il passaggio da una società ad un'altra.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...


La scuola e la distruzione dell'individuo (Silvano Agosti, Giorgio Gaber).
Testo tratto da "Il Genocidio Invisibile" di Silvano Agosti.
Conclusione di Giorgio Gaber.







domenica 17 giugno 2012

Il diritto non esiste (7). Esistono i rapporti umani.

Il diritto non esiste: esiste solo la scienza giuridica.

Se il diritto non esiste, capire la scienza giuridica è capire come il giurista vive i rapporti umani: nel pensiero (poiché, a differenza degli altri, il giurista pensa la scienza giuridica), ma non solo nel pensiero: poiché, come gli altri esseri umani, il giurista pensando la scienza giuridica, vive i rapporti umani.

E' l'opposto se il diritto esiste: capire la scienza giuridica è in tal caso capire come il giurista pensa i concetti giuridici.
Se il diritto esiste, l'esperienza del giurista è puramente intellettuale: la scienza giuridica è la conoscenza del diritto.

E' dunque in tal caso del tutto irrilevante come il giurista vive: se è sposato o vergine o va a donne, se è religioso o illuminista o cinico, se mente a se stesso o mente agli altri o è sincero. E' pure irrilevante se uomo o donna, se lava i piatti o i pannolini o i servizi igienici.
Se esiste il diritto il giurista è un intellettuale: è infatti il giurista che ha creato gli intellettuali: dunque è asessuato, laico, senza bisogni.
Perché ocuparsi di come vive?

La dimostrazione che il dogma "il diritto non esiste: esiste solo la scienza giuridica" è una esatta descrizione della realtà e non può essere data in uno scritto (tantomeno in un post sulla rete tecnologica di internet).

In primo luogo perché, se il dogma è esatto, nella scienza giuridica non è possibile dimostrazione razionale: la dimostrazione è vivere rapporti umani in cui il dogma è esatto, e essere contenti di descriverli con il dogma: entrambe esperienze su cui uno scritto incide poco.

In secondo luogo, quand'anche fosse possibile la dimostrazione razionale di un dogma giuridico, occorrerebbe allo stato attuale accumulare prove su prove, e un breve scritto al massimo può solo segnalare una prova sola, e illustrarne il significato.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...



Giorgio Gaber, Non insegnate ai bambini, 2002/2003





venerdì 15 giugno 2012

Il diritto non esiste (6). Ordine o giustizia?

La società borghese deriva la sua natura dalla distinzione fra pubblico e privato: 

e disse a lui rivolto: "Ah non sia vero
ch'in un capo s'arrischi il campo tutto!
Duce sei tu, non semplice guerriero:
publico fòra e non privato il lutto.
In te la fé s'appoggia e 'l santo impero,
per te fia il regno di Babèl distrutto.
Tu il senno sol, lo scettro solo adopra;
ponga altri poi l'ardire e 'l ferro in opra.

(Tasso, Gerusalemme Liberata, canto VII, ottava 62, prima del 1575) 

e fra legge e diritto soggettivo:
(Michelangelo, Tomba di Giulio II, prima del 1513) 

Michelangelo, Tomba di Giulio II, 1505





Se qualcuno volesse valutare l’efficacia tecnica di un ordinamento giuridico dal numero e dal contenuto delle sue leggi, e da questo dedurre quanto di odi e di lotte e quanto di accordo e di amicizia si producano, non potrebbe che trovarsi d’accordo con Socrate nel dare oggi al nostro ordinamento la qualifica di ingiusto
Mari Meszaros
Quarrel
Vetro fuso e colato

“Socrate non crede all'utile dell'ingiusto perché, se la giustizia è sapienza e virtù, l'ingiustizia è ignoranza, e uno Stato che ne domina altri è ingiusto, ma anche persone dello stesso Stato che si associano per un'impresa non combineranno nulla se si faranno ingiustizia tra loro, dato che la giustizia produce concordia e amicizia e l'ingiustizia odii e lotte (…)” (Platone, Repubblica, 351 d). 

Gustav Klimt
The kiss
Olio e foglie d'oro su tela
(particolare dell'opera)

Una descrizione “funzionale” del processo legislativo quale oggi in atto sotto i nostri occhi è quella scritta da Aristotele, eliminandone le parti superflue “Le leggi si pronunciano su tutto, mirando all’utilità di chi primeggia”. 
Se la descrizione appare secca e brutale, è sufficiente esaminare senza pregiudizi il materiale che viene presentato alla Camera e al Senato come “progetto” di futura legislazione. 


Il potere ha tutto l’interesse che la “politica” sia affare di specialisti, con un suo proprio linguaggio, che emargina ed esclude il cittadino, trovando spesso la utile complicità degli operatori dell’informazione, per ragioni di appartenenza e di pigrizia culturale. 





Ignoranza e eccessiva prudenza non aiutano a comprendere e a indirizzare l’agire. 

“L’ignoranza è l’ignoranza: non ne deriva alcun diritto a credere qualcosa” (Freud, Die Zukunft einer Illusion, 1927, L’avvenire di un’illusione, traduzione di Candreva, 1971). 

“La prudenza che vieta di spingersi troppo oltre in una singola proposizione è, per lo più, l’agente del controllo sociale, e cioè dell’istupidimento” (Th. W. Adorno, Minima moralia, 1945, traduzione di Solmi, 1979).


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...


Giustizia, potere e politica secondo Giorgio Gaber (1994)







giovedì 14 giugno 2012

Il diritto non esiste (5). Mutamenti.

Come descrivere i rapporti (di potere). Oggi.

"Qui, come nelle scienze sociali, si rileva la validità della legge scoperta da Hegel nella sua Logica, che mutamenti puramente quantitativi si risolvono a un certo punto in differenze qualitative" (Marx, Das Kapital, libro I, sezione III, capitolo IX, 1867, trad. Cantimori).

Nella società tutto è segno: il comportamento originale è segno che l'essere umano si discosta dalla norma, il comportamento originale sempre è segno che la norma (il diritto) non esiste.
Poiché la legge è la forma del potere di classe della borghesia (storicamente e culturalmente determinata), il comportamento originale sempre è segno che il potere di classe della borghesia si sta allentando.


(2001, A space Odissey, Stanley Kubrick, 1968)



Pertini è stato il primo Presidente della Repubblica della classe operaia.

Indizio che Pertini è Presidente della Repubblica della classe operaia è il fatto che la borghesia lo approva: il controllo sulla società della classe operaia è egemonia, non potere (vedi Il diritto non esiste (3). Una società senza diritto?): il potere è dominare con la forza il contrasto con gli avversari, l'egemonia è muovere il potere tenendo conto dell'interesse degli avversari: l'egemonia è avere l'approvazione degli avversari.

Sandro Pertini, Presidente della Repubblica Italiana, dal 1978 al 1985.



La forma del governo della borghesia è il contrasto/conflitto tra maggioranza e opposizione, la forma dell'egemonia della classe non-borghese è l'unanimità.

Ciò che caratterizza il borghese è la menzogna e l'interesse oggettivamente fondamentale a misurare ogni cosa con il denaro.


Un Presidente della Repubblica borghese non ammetterà mai che sua moglie abbia interessi diversi da lui, non permetterà che l'agire (originale) di sua moglie possa danneggiarlo: costringerà sua moglie ad essere la moglie del Presidente della Repubblica.

Ciò che caratterizza il non-borghese è la sincerità e l'interesse personale: Pertini spiega candidamente come pensa personalmente su ogni cosa: non può costringere sua moglie ad accettare le regole imposte dallo Stato alla moglie del Presidente della Repubblica se sua moglie non se la sente.

Solo la somma delle singole situazioni puntuali di esercizio del potere rivela se l'essere umano che esercita il potere è borghese o non-borghese.

Sembrerà strano ad alcuni della giovane generazione, e certo a tutti i loro figli, che si sia potuto, a un certo punto della storia, porre il dilemma se essere un essere umano o vivere come fantoccio foggiato dal potere di classe della borghesia.

Per il borghese non esistono dubbi: l'interesse di classe della borghesia è che esista la legge alla quale conformarsi: quindi la norma, quindi il ruolo prefissato da parte di chi esercita il potere.


Se l'Italia fosse ancora una società borghese, Pertini sarebbe stato fatto dimettere a causa dei vestiti indossati da Carla Voltolina.


Selva di Val Gardena, 19-7-2003
Il Presidente Ciampi con Carla Voltolina Pertini ed il Comandante Generale dei Carabinieri Guido Bellini 
visita la mostra fotografica che ricorda Sandro Pertini





I Cinesi hanno un senso delle forme del potere raffinato da quattromila anni di esperienza e accettarono di ricevere Carla Voltolina moglie di Pertini, anziché la moglie del Presidente della Repubblica.



Sandro e Carla in Cina



Il primo Presidente della Repubblica della classe operaia è insieme potere e interesse, anzi va più in là: prima esprime l'interesse personale, poi l'interesse delle classi non-borghesi, poi esercita il potere con amore (vedi Il diritto non esiste (3). Una società senza diritto?): egemonia della classe operaia

"Il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti" (Marx-Engels, Manifesto del partito comunista, capitolo II, 1848, trad. Cantimori Mezzomonti): viceversa: il libero sviluppo di tutti, inclusa Carla Voltolina, è condizione del libero sviluppo di ciascuno: il libero sviluppo di Carla Voltolina (che rifiutò di vivere al Quirinale) è condizione dell'essere Pertini il Presidente della Repubblica della classe operaia.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...




"Volta la carta" di Fabrizio de André
Teatro Brancaccio, Roma, 1998