giovedì 28 giugno 2012

Declino dell'informazione 'oggettiva' (del potere). E conseguenze.

Le pulci al potere dobbiamo farle da soli perché l'informazione (che per ruolo e definizione dovrebbe fare essa le pulci al potere, non è in grado di fare alcunché) è tutta in mano al potere attraverso gli assetti proprietari e le nomine di direttori e caporedattori. 

Oggi occorrerebbe diffidare di chi fa il giornalista per testate storiche e blasonate: cosa hanno combinato  negli ultimi venti-trenta anni (chi più chi meno) per contribuire allo sfacelo che stiamo vivendo in questo momento?

C'è ancora qualcuno che ancora crede che l'informazione cambi le cose?

L'informazione se critica può solo dare informazioni utili a indirizzare le scelte e i mutamenti che però avverranno per forza di cose nella società reale, nei rapporti reali tra le persone che si incontrano (non su Internet: Internet per questo non esiste).


L'informazione se debole, finisce succube del potere che la tiene al guinzaglio per non essere infastidito da domande imbarazzanti (che il giornalismo di professione ha abbandonato da decenni), tutt'al più suscita indignazione, qualche mugugno, alimenta discussioni da bar o da pausa caffé, esattamente come l'ultimo gossip o come la onnipresente partita di calcio, consueta valvola di sfogo delle tensioni campanilistiche di noi Italiani.


Il bavaglio? E' studiato soprattutto per le informazioni che circolano su Internet, che anche se non cambiano gli equilibri di potere, però infastidiscono i manovratori (che non vogliono essere disturbati): quando si accorgeranno che è più utile 'spiare' e 'schedare' chi e cosa si dice in rete, piuttosto che 'imbavagliare' e 'censurare': allora perfino l'Acta sarà rifiutato (per operare diversamente, in segreto, solo a protezione di generici interessi commerciali).

Politicamente, dal punto di vista del potere, Internet conviene tenerlo aperto: come la droga usata negli anni 60 per neutralizzazre la protesta: se si fuma con abbondanza di approvvigionamento si ha meno voglia di ribellarsi: così la televisione, così internet, strumenti che non cambiano proprio nulla nei comportamenti e scelte, se non mutare il sistema percettivo quando masse di persone si assuefano a tali strumenti per lunghi periodi di tempo (generazioni): la tv e Internet oggi narcotizzano i sensi critici soffocati nell'illusione di aver fatto qualcosa di concreto solo perché si sono inviati decine di tweet, messaggi, emails, sottoscrizioni di pagine web, si è risposto nei blog su questo o quell'argomento... e pensiamo che la società stia cambiando perché noi seduti davanti ad uno schermo ci illudiamo di interagire con tutto il mondo, che sarebbe tutto intero sotto la tastiera del dispositivo.

L'interazione è una inter-azione tra persone: e l'azione è una esperienza multisensoriale: coinvolge mente e corpo in uno scambio culturale/biologico non imitabile (ancora, per fortuna) da alcuno strumento tecnologico inventato dall'uomo che imiti grossolanamente una qualsiasi delle funzioni umane: meccaniche, nervose o cerebrali che siano.

L'interazione per via telematica è chiamata così (interazione) per via della confusione tra feed-back binario 1-0 (input-output) con il feed-back molto più complesso e complessivo dell'esperienza umana: ciò che invece produce uno scatto conoscitivo, morale, una esperienza che modifica i nostri valori/interessi.


Il fatto che se io pigio sulla tastiera qualcosa e dall'altra parte avviene poi lo stesso senza altro coinvolgimento non è comunicazione (rapporto) ma mero scambio di dati.

Che poi qualcuno scambi la mole di dati scambiati per un sistema vivente complesso, allora ciò significa che abbiamo perso il senso dell'essere umano e viviamo (non tutti, per ora, per fortuna) all'interno di stati di allucinazione collettiva.

Internet per prima cosa non è "tutto il mondo": è solo quello che alcuni esseri umani hanno deciso che sia accessibile attraverso la selezione/pubblicazione di materiale vario: ma il mondo è molto più ricco e vario di quanto si creda sfogliando/navigando per Internet (Shakespeare).

Internet è una selezione di dati immessi in una rete di informazione.

Chi decide quali dati sono disponibili e accessibili?
Noi, o meglio: la nostra griglia psichica di interessi/valori.

Internet, tanto per concludere, non è nemmeno democratico poiché il suo utilizzo è subordinato alle risorse disponibili per pagarsi l'abbonamento di connessione, i dispositivi e gli accessori: cioè crea emarginazione.

E' evidente che al "popolo della rete" questo tipo di emarginazione non importa, in quanto esso (essendo connesso in rete) questo probelma non lo vede (ciò che non è connesso non esiste): questo è l'aspetto più inquietante e paradossale dell'uso di questa tecnologia... e per via di una cultura borghese di cui siamo ancora (più o meno) intrisi: se il popolo della rete non 'vede' tale problema, allora tale problema, semplicemente, "non c'è".


Uso il verbo 'vedere' perché, dei nostri sensi, dalla stampa di Gutenberg in poi, abbiamo privilegiato la 'vista' per valutare la realtà: la lettura, i libri, il linguaggio stampato come proiezione della nostra identità nazionale, e poi le immagini stampate, le foto riprodotte, la tv, lo schermo del computer: in Internet si guardano parole e video e immagini in misura maggiore che nella realtà: questo modifica a lungo andare il nostro sistema di equilibrio percettivo: non siamo più abituati ad ascoltare poiché la visibilità richiede una presenza continua (visibile, appunto) pena l'annullamento di sé: perciò, anche quando si parla, molti non vedono l'ora che l'altro smetta per poter cominciare a parlare (senza alcun rapporto con l'altro) così da ri-affermare la nostra identità in quello spazio: non siamo più abituati a stare con gli altri in silenzio: ad ascoltare e percepire vibrazioni, emozioni, sentimenti: eaperienze che non hanno bisogno di parole e nemmeno di immagini (fin troppo manipolabili) per esistere: la realtà interna non può mentire a chi 'sa ascoltare'.

Su Internet è più facile 'fingere' altro da sé.

Ciò che è accaduto in Nord Africa è visto da noi, da qui (dal nostro 'punto di vista' parziale, viziato da un sistema percettivo alterato) come un evento provocato da Internet: chiaro che chi parla così sta parlando dal suo salotto di luci soffuse: e non ha alcuna idea del processo che ha avviato quell'evento.


In quelle terre la cultura è una cultura non-borghese.

Lì le persone vengono prima delle istituzioni, non il contrario: infatti lì il diritto non avrebbe efficacia: solo militari dittatori con le armi possono imporsi sulle persone che non obbedirebbero alla legge ('verità' astratta di potere oggettivizzato): non obbedirebbero ad un 'oggettivo dover essere'.

Le persone si incontrano per strada e nelle piazze e si parlano e si confrontano: sono culture orali/tribali (M. McLuahn, Toronto, 1963): non in senso spregiativo, anzi: il linguaggio di tipo orale/tribale è quello attualmente più vicino alla natura organizzativa della rete tecnologica di Internet (per nodi): è un elemento di aggregazione naturale più umano del nostro (ancorato ad una visione di struttura di potere): noi, che oggettivizziamo perfino l'amore: si ama l'amore in sé, anziché la persona che abbiamo di fronte: poiché non mettendosi in gioco non c'è nulla da temere per le noste vacillanti identità.

In questo mutamento epocale: quando le identità si incontrano, avviene in una prima fase uno scontro delle rispettive rappresentazioni poiché ognuna teme di essere annullata dall'altra: in un secondo momento si costruisce il rapporto di equilibrio (di egemonia) dei diversi interessi su livelli superiori (più elevati): i compromessi di esistenza nella nostra cultura dominante in agonia sono sempre compromessi in cui l'altro è 'il nemico' e quindi gli unici compromessi possibili sono quelli a perdere: tu rinunci a qualcosa e io rinuncio a qualcosa: tutti e due perdiamo qualcosa pur di sopravvivere l'uno all'altro: una spirale discendente che alla fine finisce per annullarci tutti irreversibilmente.

A livelli superiori di crescita culturale-biologica, la diversità è l'elemento fondante di nuovi e migliori equilibri (rispetto agli stati preesistenti): la nostra cultura attuale non è ancora a questo stadio: tutt'ora la 'diversità' è considerato soltanto un argomento topico di retorica concettuale.


Quando la diversità sarà elemento rilevato come unica variabile in grado di innescare mutazione e risolvere schemi (culturali-biologici) non più adeguati, allora il cosiddetto 'compromesso' non sarà più a perdere ma a 'guadagnare': io apprendo e accetto una cosa nuova e sconosciuta di te e tu apprendi e accetti una cosa nuova e sconosciuta di me: tutti e due facciamo esperienza di qualcosa di sconosciuto che (sensorialmente), ci muta profondamente, culturalmente e biologicamente: spirale ascendente verso possibilità di esistenza non ancora immaginate.
Qui c'è amore per l'altro essere umano che è di fronte a noi.

Di conseguenza: i rischi di eliminarci l'un l'altro (nelle guerre... ma anche nella vita di tutti i giorni... fisicamente e psicologicamente...), insieme a quelli di farci del male inutilmente, saranno sempre minori.


Così come i sistemi automatici (informazione telematica, finanza computerizzata, borse ed economie virtuali, robot di controllo e produzione) saranno per forza di cose ridimensionati affinché agiscano nell'interesse di tutti gli esseri umani, e non contro la maggior parte degli esseri umani e a favore dei pochi che dominano gli altri: poiché non sapendo più amare la propria, di vita, allora si dedicano a distruggere la vita degli altri.







Giorgio Gaber, La Democrazia (1996)









venerdì 22 giugno 2012

Il caso: Matteo Renzi. Coalizioni per obbiettivi oppure obiettivi di schieramento?

Matteo Renzi, attuale sindaco della città di Firenze, è stato oggi indicato dal settimanale L'Espresso (edizione Internet) come strumento di una strategia pianificata da Silvio Berlusconi e suo entourage.
L'obbiettivo, secondo L'Espresso sarebbe salvare Berlusconi dai giudici (non usa l'espressione "dalla giustizia") e, se possibile, farlo eleggere Presidente della Repubblica.


Sulla rete tecnologica di Internet, che non esiste poiché i suoi rapporti sono rapporti virtuali e non producono effetti nel mondo reale, si sono scatenati commenti vari, i quali erano viziati dal fatto di rincorrersi all'interno di un recinto invisibile delimitato dalla struttura mentale dominante.

Quale è questa struttura mentale dominante.

Per alcuni esistono ancora le ideologie e le appartenenze cieche prive atteggiamento critico. Uno, se cosiddetto "di sinistra", deve accettare tutto quello che si decide a sinistra: anche l'abrogazione del proporzionale (erede della legge Acerbo invocata da Benito Mussolini per decidere con una maggioranza sicura, senza dover raccordarsi con gli altri) come avvenne nei primi anni '90, dove D'Alema la pensava esattamente proprio come Berlusconi: allora la democrazia non esiste: esistono uomini che devono decidere per gli altri: gli altri devono dare il consenso cieco, fidarsi, af-fidarsi, ciecamente: come era nel ventennio fascista (libri di storia).

Si passava dalla rappresentanza per delega (che si esprimeva democraticamente, nel bene e nel male con la formula del consociativismo) alla crisi di questo strumento, alla sua rappresentanza per affidamento.

Per chi questa società è ancora borghese, i nostri giornalisti, i cosiddetti intellettuali, opinionisti, le differenze sono oggettive: l'appartenenza, obiettivo astratto di potere per poi decidere volta per volta cosa serve.
Tu mi dài il voto perché ti fidi di me e io risolverò i tuoi problemi.

Ora, la tesi è che la società borghese è in agonia e che questa nuova società che si sta affermando, a poco a poco, ragiona, vive, esiste (cioè: costruisce rapporti) in modo differente: questa società è non-borghese (la negazione con il trattino chiarisce meglio il passaggio).

Il non-borghese, non vede più schieramenti e appartenenze cieche, ma vede conflitti di interessi, incrociati tra loro in modo complesso (la semplice interazione di più elementi) e complessivo (il risultato di più elementi interagenti).

In questa situazione, come già detto qui precedentemente, per intervenire con un progetto politico, non vale più il mettersi d'accordo prima e poi si decide cosa fare. Questa situazione richiede prima il riconoscimento e la tutela di interessi fondamentali (irrinunciabili) della società che non sono più tutelati.



Perciò, per operare politicamente, in una società non-borghese, occorre, dopo aver individuato il conflitto, e aver scelto lo strumento di delega, cercare la coalizione più vicina, per qualità di identità, alla tutela di quegli interessi che chiedono tutela (su tutti: il problema dell'emarginazione, politica, esistenziale, culturale).

Ora, il solo errore che potrebbe compiere Renzi, è allearsi con una qualità di interessi molto distante dai suoi obbiettivi.
Questo non dice ancora nulla della qualità delle sue scelte: poiché sono in funzione non di una idea astratta di giusto/sbagliato (concezione borghese di ciò che oggettivamente è valido: la legge), ma di una idea soggettiva dove sono messi in gioco i valori/interessi irrinunciabili di ognuno di noi: i quali per definizione sono diversi a seconda del punto di vista: la prova della statura morale/etica di Renzi sono le sue scelte, i suoi obbiettivi, come intende attuarli: cioè con quali deleghe e con quali coalizioni.

Quando i suoi obbiettivi coincidono con lo strumento di delega e con la coalizione, vi è coerenza a posteriori (non studiata a tavolino, a priori, come invece in questo è perfettamente a suo agio la destra: mentire è prerogativa culturale dell'essere borghese: in società, in politica, fra amici, con i propri affetti).
Se Renzi trovasse affinità di intenti e modi con Berlusconi e soci, sarebbe comunque prova di coerenza: discutibile certo, ma infine coerente, nel suo calcolo di potere. Magari non sarà in linea con le istanze della società: ma è la società a dover fare i dovuti distinguo e decidere se "af-fidarsi" oppure no.
Lo stesso vale per qualsiasi altro personaggio politico, anche Berlusconi: se il suo mentire tipicamente e squisitamente borghese incontra in Matteo Renzi un interlocutore affine, niente vieta che i due stabiliscano progetti politici insieme.
Il problema è se i cittadini, gli esseri umani che chiedono tutela per la loro esistenza, si (af)fideranno o meno (a)di questi personaggi.
La storia degli ultimi venti anni dovrebbe aver insegnato qualcosa relativamente al fidarsi sulla base di semplici dichiarazioni formali.

Nella società non-borghese, l'attuale, le dichiarazioni formali non contano nulla: chiunque può dire e firmare documenti in cui si dice: "io sono per questo e quello" "io sono contro questo e quello" "io farò questo e quello" "io non farò questo e quello".
Nella società non-borghese questo non funziona più.
I fatti, i comportamenti rappresentano l'unico elemento di valutazione puntuale dei nostri interlocutori (non sono più nostri rappresentanti, ma persone che devono rendere conto del loro operato pubblico).
Ma questa consapevolezza è in-divenire, e occorrono altri venti anni circa affinché la nuova generazione ci chiederà conto delle scelte scellerate compiute negli ultimi venti anni.

Intanto la tendenza di questo potere borghese in agonia cerca di non lasciare spazi: riduzione dei parlamentari (in meno si decide e meglio si controllano le decisioni a proprio favore: quindi anche la soppressione di una camera con la scusa di ridurre le spese: e chi è cieco continuerà a non vedere che ci stanno togliendo la terra sotto i nostri piedi); la concentrazione di poteri e deleghe speciali alla presidenza del consiglio (vedi la situazione della protezione civile prima e delle authority adesso con le nomine discrezionali, alla faccia della trasparenza): infatti la trasparenza non esiste se offerta da chi dovrebbe essere controllato: la trasparenza si ha solo quando la società può interrogare qualsiasi comportamento dell'autorità pubblica: se i dati di trasparenza sono dati (e declamati come avviene "noi siamo trasparenti per questo e per quello") e non ricercati: allora non vi è proprio alcuna trasparenza; la revisione della Carta Costituzionale in senso dell'accentramento dei poteri verso il vertice della piramide, riducendo il controllo democratico dal basso; i processi di privatizzazione di attività centrali e strategiche per la nostra economia (spesso per biechi obbiettivi di arricchimento personale); la privatizzazione della nostra banca centrale (già avvenuta) e la cessione della nostra sovranità (adesso Berlusconi vorrebbe cavalcare l'onda della protesta contro la perdita della nostra moneta sovrana invocando il ritorno alla Lira: ma per chi lo conosce un poco per i suoi recenti trascorsi di governo sa benissimo che usa un argomento valido per chi non ha potere per poter fare poi l'opposto una volta ottenuto il potere: si dovrebbe prestare attenzione all'affinità tra obbiettivo, delega e coalizione.




Ovvio che in questa situazione esasperata dove il potere cerca di avere mano libera e svendere l'Italia, cioè le nostre vite (la Regione Friuli ha già messo in vendita a privati isole della zona di Grado), chi solleva lo scontro indicando una causa visibile e oggettiva del diffuso malessere attira simpatie mosse da momentanea emotività: lo ha fatto Berlusconi, insieme a Bossi e a Fini (le altre due destre, tutte e tre molti differenti tra loro per la modalità di comunicazione, comportamento), lo fa a fasi alterne Di Pietro, lo sta facendo Grillo, e chiunque imiti tali accorgimenti tecnici negli scontri in tv, ...).



Anche se sono diverse le appartenenze (sinistra, destra, centro) le modalità rivelano la matrice politica e culturale comune: lo scontro e la distruzione del nemico per conquistare il potere. E' una visione ancora borghese e chi agisce così, consapevolmente o meno, attua un comportamento che non è di ascolto e di accoglimento delle istanze degli emarginati, ma è un comportamento di chiara radice violenta (storicamente: fascista) nel senso dello scontro violento (verbale e fisico) teso ad annullare/distruggere il nemico.

Modalità questa rintracciabile su stampa e tv, che però raccoglie alti indici di audience/vendite, segno che l'informazione (che in quanto merce soggetta ai flussi di domanda/offerta) è in mano a persone non eticamente responsabili del mezzo, ma persone schiave dei meccanismi di mercato

I giornalisti diventano così persone perfettamente sostituibili a seconda della mutata esisgenza del potere, non indispensabili per autorevolezza e capacità (non servono tali qualità in questo contesto): tanto è vero che si cambiano le pedine del potere nelle authority e nelle tv, ma la qualità (bassa) del loro operato è mai autonomo per responsabilità etica e capacità culturale, ma sempre subordinato a chi li ha nominati su quelle poltrone (per quegli stipendi e privilegi da vassalli e valvassori tali personaggi si vendono... al miglior offerente).

Il documento di cui parla L'Espresso, potrebbe benissimo esistere.
Ma ciò non significa proprio nulla: "tanto rumore per nulla": al massimo per aumentare i clic sul sito dell'Espresso e offrire un altro argomento da bar nelle isole tecnologiche (siti web, blog, twitter, eccetera) che non esistono ("sono", ma non "esistono").
L'Espresso non fa più paura come negli anni 60, 70, 80. E mi fermo a 80. Negli anni 90 si ha il suo declino.
Questo 'documento', esistente o meno, non rappresenta nulla: è normale che un gruppo di potere qualsiasi disegni le sue strategie anche su dei pezzi di carta e che qualcuno, magari per giocare al gatto con il topo, lo lancia sul pavimento per vedere chi abbocca prima.
Carta che non vale nulla, come il diritto che ci regola: al tramonto di questa classe borghese che ha dominato per due secoli circa.
Ciò che conta sono i comportamenti che esprimerà Renzi e gli altri: sta a loro con i loro comportamenti (e non con le loro dichiarazioni formali del tipo "ritorno alla Lira" anche se sarebbe auspicabile, ma non certamente lasciato gestire dal signor Berlusconi) convincerci e sta a noi fare le pulci ai loro comportamenti per verificare la loro autentica intenzione.

Personalmente non ho mai nutrito particolare simpatia per Matteo Renzi. Una questione prettamente soggettiva. Non oggettiva.
Mi ricorda gli Yuppies anni 80. La loro ellisse di successo durò nemmeno un decennio.


Sicumera, ironia sdrammatizzante e seduttiva, nessun ombra di dubbio alcuno, battuta pronta, distinto, telegenico, nessuna parvenza di un pensiero un poco più profondo del target di una azione di marketing. 
Guidare il Paese. 
Occorrono altre qualità, secondo me.
Certo... se in giro nessuno offre di meglio... ci si aggrappa a quello che si può, o si crede sia la soluzione.

Certo... il colloquio privato a casa di Berlusconi... io l'avrei evitato.
Ma potrebbe reintrare nella qualità del personaggio: se così, allora, c'è da stare in guardia.






"(...) qualcuno era comunista perché credeva di 
poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri (...)"
Giorgio Gaber, 1991-1992







martedì 19 giugno 2012

Il diritto non esiste (9). Lo stato delle cose?

Qual è lo stato delle cose, oggi?

Quale che sia la facoltà, le dimensioni sono le stesse: è una facoltà che produce troppi 'giuristi' che fanno danno, e troppo pochi che servono davvero.

C'è la facoltà con 20.000 studenti e quella con 400. Quella dove non si riesce a farsi strada nei corridoi tra una folla agitata, e quella in cui un gruppo di tranquilli, troppo tranquilli studenti in un'aula rinascimentale ascolta in un pomeriggio dorato la voce pacata del docente.
Non è solo questione di numero di iscritti: il rapporto spazio fisico-studenti, docenti-studenti, libri-studenti è diversissimo.
Ma non conta.



La facoltà di giurisprudenza è la scienza giuridica, e la scienza giuridica è modo di ragionare.
Si può ragionare in mezzo a un campo di grano e in mezzo al traffico: certo in mezzo al traffico è più difficile, ma il divario è tra ragionare e non ragionare, non all'ambiente esterno dove ci si trova.
"Tanto gentile e tanto onesta pare" oppure "Forse perché della fatal quiete / tu sei l'imago": riuscire a fare poesie musicalmente così diverse è piegare le condizioni materiali: chi si propone di studiare oggi il diritto deve sapere che le condizioni materiali della facoltà in cui ci si trova a lavorare sono proibitive. Ma non abbattersi: frequentare la facoltà di giurisprudenza è una lotta, e le dimensioni matriali sono la parte minore di essa. La parte maggiore è il rapporto con le condizioni esterne alla facoltà: il mercato del lavoro. Si va alla facoltà di giurisprudenza per trovare lavoro: e il lavoro non c'è.
Poichè il lavoro non c'è per il laureato in giurisprudenza.

Ci sono due modi possibili per affrontare il problema del trovare lavoro: andare alla facoltà di giurisprudenza quando si ha già un lavoro; fare doppio lavoro.
La prima soluzione sarebbe la migliore: andare alla facoltà di giurisprudenza avendo già un lavoro: non importa quale: istruttore di nuoto, impiegato di banca, elettricista.
Le difficoltà di questa soluzione è che è l'opposto del modo tradizionale di concepire l'università. I lavoratori-studenti e gli studenti-lavoratori, secondo questo modo di vedere le cose, sono dei poveretti, costretti dalle loro minori capacità (ecnomiche, intellettuali, familiari, morali - il modello per questo modo di vedere è Alfieri, che si faceva legare alla sedia) a vivere l'università solo a metà.



Come è evidente: ci sono tutti gli ingredienti della società borghese: la morale della volontà; lo studio riservato a un'élite; il presupposto che chi va all'università troverà un lavoro migliore degli altri; il presupposto che chi va all'università comanda, e gli altri lavorano.

In realtà, chi va solo all'università, anche se prende tutti trenta, impara il diritto solo a metà: in primo luogo perché glielo insegnano giuristi inesistenti (nel passaggio da una società a un'altra, vedi qui); in secondo luogo perché, nella società in cui viviamo, il diritto non è "il diritto", ma il rapporto tra il diritto della società borghese e la (nuova) realtà.
Chi vive solo nel mondo del diritto, all'università impara a vivere in un mondo inesistente; quando esce dall'università è un giurista che fa danno.
L'altra soluzione, il doppio lavoro, è molto più pesante: perché è difficile convincersi che il voto migliore all'università oggi può essere, in determinate condizioni, ventisei anziché trenta. Quando chi prende trenta è perfettamente integrato, non capisce i problemi degli emarginati; il problema del diritto oggi sono gli emarginati, che non sono solo il problema del sindacato, e che non è problema che si risolve solo riducendo l'orario giornaliero di lavoro.

Il giurista che serve oggi nella società è quello che risolve i problemi del rapporto tra il diritto della società borghese e la realtà trovando un posto per gli emarginati: di questi giuristi dalle facoltà di giurisprudenza ne escono pochi.

La facoltà di giurisprudenza non è il culmine degli studi perché gli studi servono a formare l'essere umano e, per definizione, la facoltà di giurisprudenza specializza: dunque gli studi finiscono prima dell'università, e l'università è altra cosa: che cosa è l'università?
E' il luogo dove si elabora la scienza, cioè il modo di ragionare: luogo per specialisti: la facoltà di giurisprudenzaè luogo per specialisti: i giuristi.
Questi specialisti secondo il diritto della società borghese sono individui che sanno tutto sulla legge e sui diritti soggettivi. Quelli che servono oggi sono quelli che sanno magari un po' meno di leggi e diritti, ma sanno vivere con gli altri e organizzare gli interessi. Per fare questo bisogna fare doppio lavoro: studiare all'università, e vivere la realtà della società. Sarà difficile prendere trenta, ma si diventa un giurista che serve.
Il giurista che serve trova lavoro, senz'altro.

Manifestazione bracciantile a Mantova, 1957

Chi ha il potere è alla ricerca di chi gli consolidi il potere, e il potere oggi crolla se non risolve il problema degli emarginati non in un mondo inesistente, con le leggi e i diritti, ma nel mondo reale, con una soluzione politica dello scontro di interessi concreti nella situazione singola, ha solo l'imbarazzo della scelta: quale potere consolidare.

Quando esiste il diritto borghese e la società non è completamente borghese certamente qualcosa va male. Infatti: basta guardarsi attorno.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...




Così Lontano, Così Vicino (Faraway, so close)
Wim Wenders, 1993
(la teoria del tempo)






lunedì 18 giugno 2012

Il diritto non esiste (8). Docenti inesistenti.

Il corpo docente della facoltà di giurisprudenza in Italia è preparato ad insegnare solo metà del diritto che bisogna imparare.

Inutile prendersela con i baroni e l'inefficienza delle facoltà di giurisprudenza. Con la migliore buona volontà i professori che ci si troverà davanti nella facoltà di giurisprudenza saranno in grado di insegnare solo la metà di quello che si dovrebbe imparare.
Si dovrebbe imparare il diritto: ma loro sono in grado di insegnarti solo il diritto della società borghese (storicamente e culturalmente limitato, nel tempo e nello spazio): che è soltanto "un" tipo di diritto.

Ricordate Calvino?

"Io sono - la voce giungeva metallica da dentro l'elmo chiuso, come fosse non una gola ma la stessa lamiera dell'armatura a vibrare, e con un lieve rimbombo d'eco - Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez!
Italo Calvino (1923-1985)
"Aaah ... - fece Carlomagno e dal labbro di sott, sporto avanti, gli uscì anche un piccolo strombettio, come a dire: "Dovessi ricordarmi il nome di tutti, starei fresco!". Ma subito aggrottò le ciglia. - E perché non alzate la celata e non mostrate il vostro viso?
"Il cavaliere non fece nessun gesto; la sua destra inguantata d'una ferrea e ben connessa manopola si serrò più forte all'arcione, mentre l'altro braccio, che reggeva lo scudo, parve scosso come da un brivido.
" - Dico a voi, ehi paladino! - insisté Carlomagno - Com'è che non mostrate la  faccia al vostro re?
" La voce uscì netta dal barbazzale. - Perché io non esisto, sire".
(Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959)

Così è per i professori di diritto: per la scienza giuridica sono 'cavalieri ineisitenti', per quello che insegnano sono 'visconti dimezzati' (Italo Calvino, Il visconte dimezzato, 1952), per la vita pratica sono 'baroni rampanti' (Italo Calvino, Il barone rampante, 1957).

L'intuizione di Calvino ha descritto il passaggio da una società ad un'altra.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...


La scuola e la distruzione dell'individuo (Silvano Agosti, Giorgio Gaber).
Testo tratto da "Il Genocidio Invisibile" di Silvano Agosti.
Conclusione di Giorgio Gaber.







domenica 17 giugno 2012

Il diritto non esiste (7). Esistono i rapporti umani.

Il diritto non esiste: esiste solo la scienza giuridica.

Se il diritto non esiste, capire la scienza giuridica è capire come il giurista vive i rapporti umani: nel pensiero (poiché, a differenza degli altri, il giurista pensa la scienza giuridica), ma non solo nel pensiero: poiché, come gli altri esseri umani, il giurista pensando la scienza giuridica, vive i rapporti umani.

E' l'opposto se il diritto esiste: capire la scienza giuridica è in tal caso capire come il giurista pensa i concetti giuridici.
Se il diritto esiste, l'esperienza del giurista è puramente intellettuale: la scienza giuridica è la conoscenza del diritto.

E' dunque in tal caso del tutto irrilevante come il giurista vive: se è sposato o vergine o va a donne, se è religioso o illuminista o cinico, se mente a se stesso o mente agli altri o è sincero. E' pure irrilevante se uomo o donna, se lava i piatti o i pannolini o i servizi igienici.
Se esiste il diritto il giurista è un intellettuale: è infatti il giurista che ha creato gli intellettuali: dunque è asessuato, laico, senza bisogni.
Perché ocuparsi di come vive?

La dimostrazione che il dogma "il diritto non esiste: esiste solo la scienza giuridica" è una esatta descrizione della realtà e non può essere data in uno scritto (tantomeno in un post sulla rete tecnologica di internet).

In primo luogo perché, se il dogma è esatto, nella scienza giuridica non è possibile dimostrazione razionale: la dimostrazione è vivere rapporti umani in cui il dogma è esatto, e essere contenti di descriverli con il dogma: entrambe esperienze su cui uno scritto incide poco.

In secondo luogo, quand'anche fosse possibile la dimostrazione razionale di un dogma giuridico, occorrerebbe allo stato attuale accumulare prove su prove, e un breve scritto al massimo può solo segnalare una prova sola, e illustrarne il significato.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...



Giorgio Gaber, Non insegnate ai bambini, 2002/2003





venerdì 15 giugno 2012

Il diritto non esiste (6). Ordine o giustizia?

La società borghese deriva la sua natura dalla distinzione fra pubblico e privato: 

e disse a lui rivolto: "Ah non sia vero
ch'in un capo s'arrischi il campo tutto!
Duce sei tu, non semplice guerriero:
publico fòra e non privato il lutto.
In te la fé s'appoggia e 'l santo impero,
per te fia il regno di Babèl distrutto.
Tu il senno sol, lo scettro solo adopra;
ponga altri poi l'ardire e 'l ferro in opra.

(Tasso, Gerusalemme Liberata, canto VII, ottava 62, prima del 1575) 

e fra legge e diritto soggettivo:
(Michelangelo, Tomba di Giulio II, prima del 1513) 

Michelangelo, Tomba di Giulio II, 1505





Se qualcuno volesse valutare l’efficacia tecnica di un ordinamento giuridico dal numero e dal contenuto delle sue leggi, e da questo dedurre quanto di odi e di lotte e quanto di accordo e di amicizia si producano, non potrebbe che trovarsi d’accordo con Socrate nel dare oggi al nostro ordinamento la qualifica di ingiusto
Mari Meszaros
Quarrel
Vetro fuso e colato

“Socrate non crede all'utile dell'ingiusto perché, se la giustizia è sapienza e virtù, l'ingiustizia è ignoranza, e uno Stato che ne domina altri è ingiusto, ma anche persone dello stesso Stato che si associano per un'impresa non combineranno nulla se si faranno ingiustizia tra loro, dato che la giustizia produce concordia e amicizia e l'ingiustizia odii e lotte (…)” (Platone, Repubblica, 351 d). 

Gustav Klimt
The kiss
Olio e foglie d'oro su tela
(particolare dell'opera)

Una descrizione “funzionale” del processo legislativo quale oggi in atto sotto i nostri occhi è quella scritta da Aristotele, eliminandone le parti superflue “Le leggi si pronunciano su tutto, mirando all’utilità di chi primeggia”. 
Se la descrizione appare secca e brutale, è sufficiente esaminare senza pregiudizi il materiale che viene presentato alla Camera e al Senato come “progetto” di futura legislazione. 


Il potere ha tutto l’interesse che la “politica” sia affare di specialisti, con un suo proprio linguaggio, che emargina ed esclude il cittadino, trovando spesso la utile complicità degli operatori dell’informazione, per ragioni di appartenenza e di pigrizia culturale. 





Ignoranza e eccessiva prudenza non aiutano a comprendere e a indirizzare l’agire. 

“L’ignoranza è l’ignoranza: non ne deriva alcun diritto a credere qualcosa” (Freud, Die Zukunft einer Illusion, 1927, L’avvenire di un’illusione, traduzione di Candreva, 1971). 

“La prudenza che vieta di spingersi troppo oltre in una singola proposizione è, per lo più, l’agente del controllo sociale, e cioè dell’istupidimento” (Th. W. Adorno, Minima moralia, 1945, traduzione di Solmi, 1979).


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...


Giustizia, potere e politica secondo Giorgio Gaber (1994)







giovedì 14 giugno 2012

Il diritto non esiste (5). Mutamenti.

Come descrivere i rapporti (di potere). Oggi.

"Qui, come nelle scienze sociali, si rileva la validità della legge scoperta da Hegel nella sua Logica, che mutamenti puramente quantitativi si risolvono a un certo punto in differenze qualitative" (Marx, Das Kapital, libro I, sezione III, capitolo IX, 1867, trad. Cantimori).

Nella società tutto è segno: il comportamento originale è segno che l'essere umano si discosta dalla norma, il comportamento originale sempre è segno che la norma (il diritto) non esiste.
Poiché la legge è la forma del potere di classe della borghesia (storicamente e culturalmente determinata), il comportamento originale sempre è segno che il potere di classe della borghesia si sta allentando.


(2001, A space Odissey, Stanley Kubrick, 1968)



Pertini è stato il primo Presidente della Repubblica della classe operaia.

Indizio che Pertini è Presidente della Repubblica della classe operaia è il fatto che la borghesia lo approva: il controllo sulla società della classe operaia è egemonia, non potere (vedi Il diritto non esiste (3). Una società senza diritto?): il potere è dominare con la forza il contrasto con gli avversari, l'egemonia è muovere il potere tenendo conto dell'interesse degli avversari: l'egemonia è avere l'approvazione degli avversari.

Sandro Pertini, Presidente della Repubblica Italiana, dal 1978 al 1985.



La forma del governo della borghesia è il contrasto/conflitto tra maggioranza e opposizione, la forma dell'egemonia della classe non-borghese è l'unanimità.

Ciò che caratterizza il borghese è la menzogna e l'interesse oggettivamente fondamentale a misurare ogni cosa con il denaro.


Un Presidente della Repubblica borghese non ammetterà mai che sua moglie abbia interessi diversi da lui, non permetterà che l'agire (originale) di sua moglie possa danneggiarlo: costringerà sua moglie ad essere la moglie del Presidente della Repubblica.

Ciò che caratterizza il non-borghese è la sincerità e l'interesse personale: Pertini spiega candidamente come pensa personalmente su ogni cosa: non può costringere sua moglie ad accettare le regole imposte dallo Stato alla moglie del Presidente della Repubblica se sua moglie non se la sente.

Solo la somma delle singole situazioni puntuali di esercizio del potere rivela se l'essere umano che esercita il potere è borghese o non-borghese.

Sembrerà strano ad alcuni della giovane generazione, e certo a tutti i loro figli, che si sia potuto, a un certo punto della storia, porre il dilemma se essere un essere umano o vivere come fantoccio foggiato dal potere di classe della borghesia.

Per il borghese non esistono dubbi: l'interesse di classe della borghesia è che esista la legge alla quale conformarsi: quindi la norma, quindi il ruolo prefissato da parte di chi esercita il potere.


Se l'Italia fosse ancora una società borghese, Pertini sarebbe stato fatto dimettere a causa dei vestiti indossati da Carla Voltolina.


Selva di Val Gardena, 19-7-2003
Il Presidente Ciampi con Carla Voltolina Pertini ed il Comandante Generale dei Carabinieri Guido Bellini 
visita la mostra fotografica che ricorda Sandro Pertini





I Cinesi hanno un senso delle forme del potere raffinato da quattromila anni di esperienza e accettarono di ricevere Carla Voltolina moglie di Pertini, anziché la moglie del Presidente della Repubblica.



Sandro e Carla in Cina



Il primo Presidente della Repubblica della classe operaia è insieme potere e interesse, anzi va più in là: prima esprime l'interesse personale, poi l'interesse delle classi non-borghesi, poi esercita il potere con amore (vedi Il diritto non esiste (3). Una società senza diritto?): egemonia della classe operaia

"Il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti" (Marx-Engels, Manifesto del partito comunista, capitolo II, 1848, trad. Cantimori Mezzomonti): viceversa: il libero sviluppo di tutti, inclusa Carla Voltolina, è condizione del libero sviluppo di ciascuno: il libero sviluppo di Carla Voltolina (che rifiutò di vivere al Quirinale) è condizione dell'essere Pertini il Presidente della Repubblica della classe operaia.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...




"Volta la carta" di Fabrizio de André
Teatro Brancaccio, Roma, 1998





mercoledì 13 giugno 2012

Il diritto non esiste (4). Perché le facoltà di giurisprudenza non sono uguali e il non-senso del dire: "giuridicamente".

Il titolo di questo post riporta "le facoltà di giurisprudenza" (plurale), invece lo studente si chiede: mi iscrivo o no alla (singolare) facoltà di giurisprudenza?

"Le facoltà di giurisprudenza". Quante sono? Più d'una, o ce n'è una sola?
La vera risposta a questa domanda può essere data solo da chi è avanti nella scienza giuridica
, alla frontiera: ma poi non sarebbe capita ("non si può dire tutto a tutti", occorre considerare chi si ha di fronte, intervista televisiva a Pier Paolo Pasolini): perché esige, appunto, di avere già studiato.


Perciò dovremo limitarci ad una descrizione.
La risposta vera è che le facoltà di giurisprudenza sono infinite. Come si vede è una risposta difficile da capire. Nel contesto culturale dominante.

Territorialmente le facoltà di giurisprudenza sono molte.
Se ho la facoltà sotto casa spendere soldi per stabilirmi altrove è un problema. Se non ve ne sono devo scegliere in quale città andare.
Occorre un motivo forte per iscriversi altrove, se si ha la facoltà sotto casa, o un criterio di scelta se non la si ha sotto casa.


Giuridicamente le facoltà di giurisprudenza sono tutte uguali: esiste una sola legge che le regola, l'iscrizione si svolge formalmente allo stesso modo, il titolo che rilasciano è giuridicamente lo stesso.
Cosa vuol dire che "giuridicamente sono tutte uguali"?
Nulla.
Affrontiamo qui il concetto centrale del diritto: per il giurista "giuridicamente" non significa nulla.
Quando gli altri di fronte a "giuridicamente" si fermano, il giurista va oltre.

Scientificamente le facoltà di giurisprudenza sono diverse: le persone che vi insegnano sono diverse, e la scienza non è altro un modo di ragionare di persone.
Il diritto privato insegnato a Roma, a Milano e a Messina è diverso perché (fra le altre variabili) le persone sono diverse: scambiando di posto il professore di Roma e quello di Milano o Messina, le facoltà cambiano.
Prima regola per valutare le diversità fra le facoltà di giurisprudenza: conoscere i nomi delle persone che vi insegnano e farsi fare una descrizione di che persone sono.

Politicamente le facoltà di giurisprudenza sono diverse: poiché la carriera universitaria è fatta (da sempre: da quando esiste l'Università) per cooptazione, è naturale che il collegio che coopta tenda a perpetuare il proprio indirizzo politico: l'insieme delle cooptazioni è funzione dell'equilibrio politico del collegio cooptante
Pertanto ogni facoltà di giurisprudenza ha una propria fisionomia politica: c'è quella del capitalismo avanzato e quella del socialismo, quella del compromesso e quella del confronto, forse c'è ancora quella della feudalità e ci potrebbe essere quella della classe operaia.
Seconda regola per scegliere fra le facoltà: capire qual è l'indirizzo politico.

Qui si pare un problema molto importante: come si esprime l'indirizzo politico di una facoltà di giurisprudenza.
Poiché per il giurista "giuridicamente" non vuol dire nulla, per il giurista l'indirizzo politico non si esprime con atti formali.
Se un consiglio di facoltà decidesse, in ipotesi, "noi lavoriamo per il socialismo", oppure "noi difendiamo la cristianità", oppure il "il nostro scopo è il progresso economico e sociale", tutto ciò per il giurista non vuol dire proprio nulla.
L'aspirante giurista quindi se ne deve fregare: uso questa espressione 'pesante' per sottolineare che è difficile non annettere importanza alle dichiarazioni formali (come a quelle di governo e di partito): siamo così abituati a dare importanza alle dichiarazioni verbali che la loro accettazione diventa automatica.


Quando uno dice "io sono il proprietario" è difficile non annettervi importanza: il giurista sa che "io sono il proprietario" non vuol dire nulla, ma appunto, è solo il giurista che lo sa. Ora è difficile che un consiglio di facoltà dichiari, con la stessa sicumera con cui uno dice "io sono il proprietario", che è per questo o quell'indirizzo politico: in pratica gli atti formali indiretti sono molti: l'iscrizione ai partiti, le partecipazioni ai convegni, l'adesione ai documenti, le dichiarazioni.
Tutto ciò non conta.

Che cosa conta per valutare l'indirizzo politico di una facoltà di giurisprudenza?
Bisogna vedere qual è il "proprio" di una facoltà di giurisprudenza: qual è la 'sua' scienza giuridica. Le facoltà di giurisprudenza esistono per elaborare e trasmettere la scienza giuridica. Quindi l'indirizzo politico di una facoltà di giurisprudenza è l'indirizzo politico secondo il quale essa elabora e trasmette la scienza giuridica.

Come si fa a valutarlo?
Per il giurista è facile, per l'aspirante giurista è difficile: propongo un criterio di relazione: l'aspirante giurista non è in grado di valutare la scienza giuridica ma è in grado di valutare i metodi didattici. Arriva ala facoltà di giurisprudenza dopo un curriculum di studi che lo mette in grado di valutare i metodi didattici: sa che esistono metodi fascisti e metodi comunisti, metodi cattolici e metodi laici, metodi aristocratici e metodi borghesi e così via (il criterio di distinzione fra i vari metodi sono fati suoi). Indirizzo politico della scienza e indirizzo politico dei metodi didattici necessariamente coincidono: è tutto quello che posso dire.
Quindi il problema fondamentale per valutare una facoltà di giurisprudenza è informarsi a fondo su quali metodi didattici vengono usati: in base a questo scegliere.

Le cattedre possono essere diverse da facoltà a facoltà.
Poiché l'oggetto dell'insegnamento nelle facoltà di giurisprudenza è la scienza giuridica, cioè un modo di ragionare, non una lista di nozioni e concetti o come altro vuoi chiamarli, bisogna ragionare sulle facoltà di giurisprudenza con il concetto matematico di insieme, non con quello di operazioni su unità: il modo di ragionare deriva dall'insieme delle esperienze fatte nella facoltà di giurisprudenza, non da una sommatoria di esperienze.

Per essere più precisi: nozioni concetti contenuti eccetera sono il veicolo attraverso il quale si trasmette il modo di ragionare; le esperienze fatte nella facoltà di giurisprudenza sono in realtà le esperienze fatte durante gli anni in cui si frequenta la facoltà di giurisprudenza: quindi anche quelle fatte al di fuori della facoltà (un giurista è un giurista soprattutto quando va in autobus).

Quanto alla materia insegnata nei corsi "fondamentali" (il motivo delle virgolette lo spiego dopo), anch'essa varia, per uno stesso titolo di corso, da facoltà a facoltà. 


Parlo qui non del metodo scientifico, che può variare da persona a persona, ma della materia su cui si esercita la scienza: l'oggetto della cattedra. Qui ha rilevanza il fatto che le facoltà di giurisprudenza territorialmente sono più: poiché il diritto attiene ai rapporti umani, chi insegna il diritto non può essere insensibile ai rapporti umani che ha intorno. Se insegna diritto processuale a Napoli nella materia insegnata rientrerà il modo in cui gli avvocati napoletani difendono le cause, se lo insegna a Torino rientrerà il modo di essere degli avvocati piemontesi. Se insegna diritto commerciale a Catania porterà esempi diversi da chi insegna il diritto commerciale a Bologna. Ogni facoltà, per la materia insegnata, ha un collegamento con la realtà ove è inserita. Scegliere fra le facoltà, da questo punto di vista, è scegliere il tipo di società in cui piacerebbe vivere: se ti sono simpatici i fiorentini è un buon motivo per andare a studiare a Firenze, se ti sono simpatici gli abruzzesi è un buon motivo per andare a studiare diritto a Pescara.
Preciso che quest'ultimo criterio, la materia insegnata o tipo di società in cui è inserita la facoltà, è diverso dal criterio territoriale perché una facoltà può essere territorialmente collocata in un certo posto ed essere inserita in un tipo di società diverso. I professori pendolari, che vivono a Roma e insegnano a Reggio Calabria, sono un mezzo di esportare la società romana in quella calabrese. Arricchimento culturale? Civilizzazione? Colonizzazione? Dipende dai punti di vista.

Le virgolette su corsi "fondamentali". Le facoltà di giurisprudenza sono organizzate intorno a un'asse portante che è il diritto privato, e in base a esami "fondamentali". Le virgolette, intorno a "fondamentali", per dire che bisogna intendersi: fondamentali per chi? Per chi fece le facoltà di giurisprudenza, senz'altro; per chi va oggi alla facoltà di giurisprudenza, se li sceglie da solo. In pratica si può studiare come "fondamentale" un secondario o inesistente (antropologia, storia del diritto moderno, filosofia) e come secondario (dedicarsi poco tempo o non studiarlo affatto) un esame "fondamentale": procedura civile, ad esempio, o diritto romano.

Quanto all'asse portante, il discorso è più profondo e meno appariscente a prima vista. Anche posto di distribuire il tempo fra gli esami in modo da interessarsi particolarmente ad alcuni e non ad altri, facendosi cioè i fondamentali a proprio uso e consumo, secondo gli interessi personali, difficilmente avrà chiaro che tutta la facoltà è fondamentalmente organizzata in modo da privilegiare il diritto privato: cioè l'esistenza della legge e del diritto soggettivo, del negozio e del contratto.

Le facoltà di giurisprudenza in Italia non hanno avuto evoluzione storica.
Il presupposto, prima del 1968, prima del 1977, era che il diritto è l'insieme delle leggi, e i libri di diritto. E le sentenza.
Oggi guardiamoci attorno (in autobus o leggendo il giornale): dov'è la corrispondenza fra le leggi e i libri di diritto, e la realtà? (per le sentenze il discorso è diverso: lasciamole da parte).
Allora si concepiva l'evoluzione storica delle facoltà di giurisprudenza come evoluzione di leggi (quelle che regolano le facoltà di giurisprudenza, oppure quelle che sono studiate nelle facoltà di giurisprudenza) o di libri di diritto (di nuovo: quelli che descrivono le facoltà di giurisprudenza, o quelli che sono studiati nelle facoltà di giurisprudenza).
Oggi sappiamo che le facoltà di giurisprudenza non sono le leggi o i libri di diritto, ma la scienza giuridica (criteri di valutazione della qualità del rapporto tra gli interessi)
E non c'è stata evoluzione storica nella scienza giuridica insegnata nelle facoltà di giurisprudenza in Italia dall'origine (1848-1860: tieni presente che l'Italia è nata allora) ad oggi.


Eppure ci sono tanti professori che hanno scritto tanti libri, e ognuno ha pensato di dire qualcosa di nuovo.
Come si fa a dire che la scienza giuridica che studiò e insegnò Pellegrino Rossi (filofrancese ammazzato a Roma nel 1848) o Pasquale Stanislao Mancini (filotedesco che fece l'alleanza con Germania e Austria dopo il 1880) è la stessa che è scritta nei libri di Rocco (quello del codice fascista) o di Calamandrei (che fece un celebre discorso antifascista sulla Costituzione), la stessa che puoi sentire nell'aula dove ha insegnato Amendola (ecologista) o il filosofo del diritto Cerroni (comunista)?

La scienza giuridica serve a descrivere la società.
La scienza giuridica insegnata nelle facoltà di giurisprudenza in Italia è sempre servita a descrivere la società borghese. Per questo le facoltà di giurisprudenza in Italia non hanno avuto una evoluzione storica.
E' un errore pensare che l'evoluzione delle facoltà di giurisprudenza è un'evoluzione delle leggi che le regolano, o vi sono studiate, o dei libri di diritto che le descrivono o vi sono studiati, perché leggi e libri di diritto, quale che sia il loro contenuto, sono sempre la stessa società.

La legge è il diritto della società borghese
I libri di diritto dall'inizio dell'Ottocento in poi presuppongono la pandettistica, cioè la scienza giuridica della società borghese.


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"La legge", da "Un'idiozia conquistata a fatica" di Giorgio Gaber, 1998-1999







giovedì 7 giugno 2012

Il diritto non esiste (3). Una società senza diritto?

Fare a meno del diritto. Mai possibile?

Sì. È possibile. Con il superamento della condizione storica in cui i rapporti umani, anziché regolati (dover essere) da un impianto di norme basato sulla conservazione del potere di turno, sono regolati da un continuo equilibrio di assetti degli interessi basati sul rapporto di egemonia.

Non è facile da comprendere.
La scienza giuridica si occupa della qualità dei rapporti degli esseri umani (la comunicazione nella sua accezione più ampia, come argomento topico e non come categoria analitica).

Infatti la comunicazione di cui si parla qui non è la comunicazione delle lobby (pressione di interessi), nè quella commerciale (marketing), nè quella della pubblicità (attraverso i media), né quella politica (demagogica e populista quando ancorata al concetto di società di massa, che non esiste più dagli anni 80/90.. ma qualcuno non se ne è ancora accorto) e nemmeno quella delle agenzie di PR (Relazioni Pubbliche) o di immagine (tecniche di persuasione quando si vuole dare una immagine di sé non coerente con il comportamento).
Il concetto fu elaborato nella sua forma più efficace dal 'dipartimento di scienza giuridica dell'egemonia' della facoltà di Giurisprudenza dell'università di Roma, La Sapienza, negli anni 70. Leggere "Il diritto non esiste (1)" in questo stesso blog.

La nostra società non è più una società omogenea (di massa): è composta da una pluralità di interessi/valori che interagiscono con altri interessi/valori, sempre modificandosi e articolandosi per altri interessi con cui fondersi per obbiettivi condivisi, e non per appartenenze e ideologie precostituite.

La scienza giuridica (questo tipo di comunicazione) è un particolare tipo di pensiero e linguaggioLinguaggio che consente i rapporti tra gli esseri umani e linguaggio in grado di riflettere, descrivere ed esprimere come gli interessi vengono formulati nell'ambito del potere e come il potere interviene a livello degli interessi.

L'espressione "la proprietà" è linguaggio giuridico. Ma anche "ti amo" lo è: il modo in cui l'amore viene espresso, descritto, sentito determina l'uso che si fa del potere che l'amore esercita (o intende esercitare) sull'amato e l'intervento (o reazione) che l'amato ha sull'amante.

"Amor ch'a nullo amato amar perdona" (Dante) è, ad esempio, descrizione dell'amore borghese: l'amato come oggetto: la proprietà è l'oggetto amato d'amore borghese.

"Da mi basia mille, deinde centum" (Catullo) è, ad esempio, un altro linguaggio: l'amato come fonte. 
La digressione sull'amore indica che scienza giuridica (la comunicazione umana) non è parlare di proprietà o forma di rapporti economici.

È parlare di tutto l'essere umano e di tutti gli esseri umani.

È parlare di amore, essenzialmente, quando si pensa la scienza giuridica dell'egemonia (la comunicazione).

Uno qualsiasi dei nostri giuristi attuali tipici (siamo nel 2012) non ha mai scritto l'equivalente di "vita no avrò se non selvaggiamente", come fece il giurista medievale Cino da Pistoia.

Con tutto il rispetto, i giuristi attuali scrivono solo di diritto.

I giuristi non sono più sintonizzati/attenti/immersi (soprattutto anche come esperienza) nella società attuale.

La vita sociale attuale, senza qualcuno che interpreti e valuti gli assetti di diritto determinati dai rapporti di potere che esprimono (l'egemonia) è, in pratica, concretamente, senza guida. Notare la mancanza di elaborazioni e suggestioni intellettuali stimolanti, nella informazione e nella comunicazione.

Come una barca tra le onde del mare senza nessuno al timone, in balia solo della forza delle correnti e del vento dominante in quel momento. Nessuna rotta, nessuna osservazione del meteo, nessuna scelta per salvare la barca dal probabile naufragio.

Quindi, spiegare cosa sia la scienza giuridica dell'egemonia (la comunicazione: cioè come gli interessi si rapportano tra loro) attraverso la descrizione dell'amore non borghese (non oggettivo) risulterebbe del tutto incomprensibile ai giuristi attuali.

Invece è tutto molto semplice da capire, nella sua essenza, come è semplice capire lo Stato e la proprietà, anche se ci sono voluti secoli per elaborare questi concetti.

Basta da un lato staccare il concetto di scienza giuridica dal concetto di diritto.

E dall'altro staccare il concetto di egemonia dal concetto di potere.

Il concetto di scienza giuridica dal concetto di diritto è semplice (o dovrebbe esserlo): la traduzione di "ius" non è "diritto", ma è "comando, volontà, potere".




Ius diventa "diritto" per i borghesi, ma i Romani il concetto di "diritto" non lo avevano.

Se la scienza giuridica romana non era scienza giuridica del diritto, allora è anche possibile una scienza giuridica dell'egemonia che non sia scienza del diritto.

Più difficile staccare il concetto di egemonia dal concetto di potere.

Siamo così abituati a fare le cose perché ce le ordinano, che alla maggioranza della popolazione non viene proprio in mente che eseguire l'ordine è una scelta dell'obbligato, non di chi ordina.

La consapevolezza di questa realtà aiuta a bilanciare il 'terrore della bomba' (della guerra): quando tutti saranno coscienti che eseguire l'ordine dipende dall'obbligato, un secondo Hitler non potrà distruggere l'umanità. 

La consapevolezza può fare più di mille sanguinose rivoluzioni (le quali poi non cambiano la qualità di esercizio del potere, cambiano solo il potere di turno).

Giungere al punto che tutti siano convinti che l'obbligazione dipende dall'obbligato e modellare di conseguenza i rapporti fra gli esseri umani è lo scopo pratico della scienza giuridica dell'egemonia (la comunicazione).

La scienza giuridica dell'egemonia è dunque una scienza giuridica non del diritto: una scienza giuridica che descrive rapporti fra gli esseri umani non determinati da potere.

In particolare, la scienza giuridica dell'egemonia descrive rapporti non determinati da quel particolare tipo di potere che è il potere di classe della borghesia (nell'attuale condizione storica).

Il fatto che, eliminando il diritto, in quanto storicamente creazione e forma del dominio di una classe sociale denominata borghesia, si possa passare ad una comunità non basata sul potere, è concetto (rappresentazione del reale) oscuro anche agli esseri umani oggi più avanzati.

Mao scrive "Col fucile tutto si può fare" (La guerra e i problemi della strategia, 6 novembre 1938, trad. Bernardini).

Ma usando il fucile come potere, la proprietà è ineliminabile: si può eliminare il dominio di classe della borghesia solo se si riesce a fare a meno del fucile per il potere.
Utile anche tenere presente "La lotta per il diritto" del 1872 di Jhering: Shylok, il mercante (di Venezia, Shakespeare) che esigeva di tagliare una libbra di carne vicino al cuore di un nobile veneziano, è il modello del diritto "come formidabile e gigantesca non s'eleva la figura di quel povero e debole uomo" (Jhering, La lotta per il diritto, cap. IV, 1872, trad. Mariano): per Jhering/Shylok diritto è uguale a potere e potere è uguale a uccidere.




L'egemonia, invece, non è potere.

"Egemonia" è il nome scelto per indicare base e sostanza e forma dei rapporti umani a livello superiore rispetto alla situazione, condizione, assetto preesistente.
L'egemonia dipende da (e realizza) esseri umani, borghesi e non borghesi, di esistenza qualitativamente superiore (guidati da interessi/valori di qualità superiore).

I rapporti umani non sono mai di tipo tecnologico, ma sono sempre di tipo esperienziale/sensoriale (i rapporti degli esseri umani sono soltanto reali, i rapporti virtuali tra esseri umani semplicemente "non-esistono").
La tecnologia non determina/influenza la qualità dei rapporti umani ma ne agevola soltanto la trasmissione di dati/informazioni: di conseguenza Internet (o qualsiasi altra tecnologia) non sposterà nemmeno una virgola degli assetti/equilibri di potere, se gli esseri umani che usano quella tecnologia (ad esempio Internet) non decideranno di agire con un comportamento reale, funzionale all'obbiettivo.

La tecnologia semmai produce un effetto più generale di mutazione dell'equilibrio sensoriale (M. McLuhan), causata dall'impatto culturale di quel certo tipo di tecnologia su intere generazioni per lunghi periodi di tempo (epoche).

"Egemonia" è inoltre concetto diverso da "potere" perché, come Marx ha scoperto, nella società di tipo borghese il potere è oggettivizzato, è potere della legge del capitale, dominio di classe.

L'egemonia invece crea (e dipende da) esseri umani qualitativamente superiori (per qualità di interesse/valore, soggettivo), tanto che ogni singolo essere umano è in grado di esercitarla e nessun essere umano singolo è in grado di eliminarla.

La teoria della conoscenza basata sull'esistenza dell'altro è il necessario completamento, sia come premessa sia per trarne le conseguenze operative, della scienza giuridica dell'egemonia.

La scienza giuridica borghese (diritto come assetto di potere) è basata sull'invisibilità dell'altro: esempio il 'barbone' e il clandestino sono annullati dal diritto: non esistono.. gli atti da nascondere sono nascosti dal diritto con norme di secretazione.. mentre spesso sono comportamenti che il potere non desidera siano conosciuti: vedere la vicenda della privatizzazione della Banca d'Italia e i provvedimenti secretati sulla -nostra?- moneta. 

La scienza giuridica dell'egemonia (qualità dell'interesse/valore) è basata sulla conoscibilità dell'altro.

Concretamente, nello Stato di tipo borghese, la volontà sovrana si esprime nella legge e il dominio di classe della borghesia si incarica di fare osservare le leggi.

Nella società non-borghese (crisi del dominio della classe borghese, quello che sta avvenendo in Italia in questo momento, gradualmente), per definizione non è così, e per fare osservare le leggi bisogna fare ricorso alla buona volontà (definiamola impropriamente così) dei cittadini: bisogna cioè che i cittadini siano convinti della bontà della legge, perché la legge sia applicata.

C'è un problema di comunicazione (rilevanza della qualità dei rapporti tra interessi/valori) nella società non-borghese, che lo Stato borghese poteva tranquillamente trascurare (come ancora in effetti tenta).
La comunicazione, d'altra parte, nella società non-borghese è comunicazione di persone, non di istituzioni
Quando la società si aspettava tutto dalla volontà, si poteva pensare di interessare i cittadini ai meccanismi di formazione della volontà nelle Camere. Quando la società diventa consapevole che le idee marciano sulle gambe degli uomini, il cittadino più che alla istituzione pensa all'uomo, o donna, che incarna quella istituzione.




La comunicazione, nella società non-borghese, non può infine far conto sulle parole o sulla razionalità, ma deve tener conto dell'uso che si fa del televisore e della sincerità dei comportamenti. Se la sincerità è irrazionale, è meglio non trasmettere una immagine di falsa razionalità. È inutile ricercare le parole: nei televisori più che le parole contano i volti.
I fatti e i comportamenti nei televisori (e sulle reti tecnologiche) non sono rappresentabili.

Operativamente:
Chi non è (culturalmente, storicamente) borghese parla 'giuridico' (comunica attraverso la espressione della sua propria identità, interesse). Il diritto è un modo di descrivere i rapporti tra poteri e tra interessi secondo un singolo specifico interesse: l'esistenza (e conservazione a oltranza) del dominio di classe della borghesia (con la sua architettura di rapporti e relazioni di potere).

Il diritto esiste in quanto esiste lo specifico interesse del borghese (culturalmente e storicamente determinato), e il grado di realtà dell'esistenza del diritto è il grado di realtà dell'esistenza del dominio di classe.

Nella società borghese il diritto esiste: non vi è dubbio: lo tocchiamo con mano. Ma solo il borghese lo può definire "diritto", cioè "retto criterio": il diritto esiste in quanto dominio di classe, ma tutto ciò che è "diritto" crea difficoltà nell'esistenza degli esseri umani: è diritto in base all'antica etimologia: "lucus a non lucendo": "diritto perché non diritto".

Si può affermare che "il diritto non esiste" in due sensi


1) il diritto non esiste altro che nella società denominata borghese, storicamente determinata 



2) il dominio di classe della borghesia è descritto come diritto solo dalla scienza giuridica borghese.



Chi ha interesse a vivere in una società non-borghese (il dominio borghese nelle istituzioni, nella economia e nella finanza è sempre meno tollerato/acriticamente accettato, come è sempre più evidente dai fatti e comportamenti concreti sotto i nostri occhi tutti i giorni) ha interesse a valutare (giuridicamente) e comunicare prescindendo dall'interesse di classe della borghesia (da società di massa omogenea con unico interesse/identità oggettivo di dominio a società plurale disomogenea con molteplici interessi/identità soggettivi da comporre/armonizzare), non può prendere il diritto come metro di valutazione giuridica: tra diritto e scienza giuridica c'è opposizione, come tra singolare e plurale, come tra informazione (unidirezionale poiché per definizione l'enfasi dell'informazione è solo sulla fonte, del destinatario alla informazione non interessa, se non alla fonte che però fa comunicazione usando la informazione: la informazione rimane unidirezionale) e comunicazione (pluridirezionale, le teorie sulla bidirezionalità della comunicazione sono superate dalla realtà dei fatti).

Fa eccezione il caso della società borghese e della scienza giuridica (comunicazione) borghese: in tal caso diritto e scienza giuridica coincidono, perché lì il diritto è descrizione dei rapporti umani nell'interesse (unico/oggettivo) di classe della borghesia.

Lo stesso vale per i codici: solo il borghese ritiene che esista la "volontà generale", rappresentato dal codice: perché l'essenza della borghesia (culturalmente, storicamente) è mentire e, mentendo, il borghese pone l'interesse di classe come interesse generale: spesso la classe politica, ancora emanazione della classe dominante borghese, ripete "faccio questo nell'interesse del Paese", "questo è un sacrificio richiesto per il Paese" (nascondendo però il fatto che essa, la classe politica, di sacrifici, non ne farà certamente: questo si chiama mentire: celare qualcosa d'importante per l'altro non è diverso dal mentire).

L'eliminazione del dominio di classe (per rimodellazione culturale e storica dei rapporti tra gli esseri umani, come sta avvenendo, gradualmente) è la pari dignità degli interessi di classe: di più classi, nessuna più dominante l'altra, oggettivamente, se non entrandovi in un rapporto, soggettivo, di continui equilibri dei possibili assetti di 'egemonia'. 
Equilibrio degli interessi di classe di volta in volta rinnovvellato/rimodellato nella singola situazione concreta: descrivibile a posteriori, come ogni sintesi dialettica, e non descritto a priori (pre-costituito, pre-determinato) dal codice.

Questo spiega l'incapacità dei professionisti della comunicazione (che hanno responsabilità della qualità dei rapporti che attivano per conto di chi li paga) di operare in un contesto così diverso da quello in cui è nata la loro professione: sono inadatti al nuovo scenario: la comunicazione dei cosiddetti professionisti oggi è in difficoltà evidente, sia per ruolo (cosa fanno in realtà? a cosa servono?) sia per efficacia (quali risultati? in quale modo?).

L'errore è continuare a pensare in termini di società omogenea dove i conflitti sono regolati dal diritto che tutto compone in nome dell'interesse unico della classe dominante.


Ma la socialità è già cambiata e lo scontro cui assistiamo è in realtà lo scontro tra due culture/modalità di comunicazione non più sanabile, dove quella che è in via di sostituzione (storicamente denominata 'borghesia') è messa alla corda da quella che la sta sostituendo (le nuove generazioni, di origine/formazione non più borghese: la Storia, cioè la vita degli esseri umani non si ferma al 700 francese).

Le modalità più evidenti della comunicazione del periodo borghese (società omogenea, interesse oggettivo della classe dominante): lo spettacolo, il presenzialismo, l'enfasi e la amplificazione: unico obbiettivo: il controllo di tutto (del potere, della informazione, della comunicazione, dell'economia, della finanza, della cultura, ecc) attraverso l'accentramento delle decisioni. La tendenza si avvertì già nel 1994 (tracollo della pratica del consociativismo).

Sistema elettorale con premio di maggioranza (che regala ad una maggioranza relativa la possibilità di fare a meno dell'opposizione, disattendendo la proporzionale rappresentanza delle persone e dei loro interessi), deleghe speciali al consiglio dei ministri, authority, proposte di elezioni dirette, riduzione del numero dei parlamentari o addirittura soppressine di una Camera, privatizzazioni di Stato, assoggettamento alla finanza internazionale, sono solo alcuni dei molti segni di questa tendenza. 
In una società pluralista come è la nostra attualmente, aspetto questo poi rinforzato da una particolare (ricchissima) tradizione culturale parcellizzata sia sul territorio sia nella cultura, andare in televisione per fare politica è un suicidio politico (o lo sarà per chiunque, prima o poi): per la classe non-borghese chi va in televisione mente.

La società non-borghese rifiuta l'informazione strutturata come quella di un qualsiasi programma televisivo o articolo/intervento pre-confezionato da una testata i cui comportamenti la identificano con il potere.

La crescente frequentazione del web è segno di una ricerca alternativa di rappresentare la propria identità di fronte alla indifferenza, al non-ascolto, ad una modalità di comunicazione non più accettabile per le istanze di riconoscimento dei propri interessi che sono prima di tutto quelli di essere riconosciuti (identità): da qui il conflittto.

Attraverso il conflitto "io esisto": situazione preferibile all'annullamento prodotto dall'indifferenza (individuale, di massa): è il massimo grado di violenza sull'altro: la sua negazione come essere umano).
In casi estremi individuali, è preferibile una esistenza di violenze (più o meno fisiche, più o meno gravi) piuttosto che l'annullamento di sé nell'indifferenza del mondo: la violenza è vissuta come una conferma al "io esisto".



Il conflitto attuale rapprensenta il segno più esplicito della fine del dominio della classe denominata borghese (e di tutto il suo corredo politico/culturale).


In questa condizione, populismi e demagogie possono ottenere ancora risultati, ma limitati nel tempo: se non sono solidamente sostenuti da una autentica coerenza interna: se non così investire in quelle direzioni rivela alla distanza una inaffidabilità (sfiducia) non recuperabile.




L'immagine da anni 80, una volta distrutta non si ricostruisce più (vedi Tangentopoli), anche se molti hanno cercato rifugio in nuovi partiti o vecchi partiti con nomi nuovi: portando infine alla rovina anche questi: i comportamenti rimangono gli stessi, anche se si cambia nome o immagine.


La delega in bianco ai partiti rimane solo perché ancora norma di diritto a garanzia (impunità) della classe dominante: in realtà la delega per rappresentanza è rifiutata: siamo al 50% dell'astensione al voto!


Qualcosa significherà: non è stanchezza: è sfiducia nei comportamenti che la classe politica/dominante in agonia esprime: comportamenti che sono condannati da una società non-borghese.
Per un cambiamento di qualità occorre attendere almeno il 2030 per motivi storico/generazionali: due generazioni a partire dallo sfacelo iniziato ai primi anni 90 (le scansioni temporali precedenti sono di 40 anni in 40 anni).
Non si possono prevedere le forme (anche drammatiche) che si avvicenderanno fino a quella data.

In una situazione come quella attuale, molti dei parametri (anche relativamente recenti) della sociologia, della comunicazione e del diritto (e della politica), come abbiamo visto, sono saltati: non sono più validi
I manuali (e le accademie) che si fondano su quei presupposti, sono inutili, superati, parole in agonia.

Nella situazione attuale occorre grande lucidità, sensibilità... e cultura: per analizzare e compiere scelte di comportamento, non di immagine (il mentire tipico della classe dominante borghese è ora chiaramente avvertito come minaccia ed è quindi rifiutato immediatamente).

In un contesto del genere:


(1) si individua il tipo e natura del conflitto..
(2) quindi si seleziona lo strumento di rappresentazione più idoneo (il tipo di delega)..
(3) solo a questo punto si può definire il tipo di coalizione e..
(4) si sceglie un obbiettivo da realizzare in contesti plurali (determinante quindi la scelta dell'obbiettivo)..
(5) il comportamento parlerà da sé, se percepito autentico nella sua coerenza: cioè non coerente perché studiato a tavolino (senza uffici stampa e direzioni di immagine e comunicazione e senza pianificazioni a tavolino, utili solo per ingannare i cittadini, considerati come meri consumatori di detersivi)..




Per fare bene questo non c'è più bisogno di trasmettere (informazioni su informazioni: l'informazione è satura oltre ogni limite) ma di selezionare: cosa e chi, sulla base di obbiettivi comuni e comportamenti reali.

Non più diffondere informazioni (la rete tecnologica Internet non può fare più di questo) ma ottenere il rapporto attraverso una comunicazione reale (non apparente).

Professionalità di tale livello e soggetti in grado di agire in questo modo è raro che operino per istituzioni e imprese.

Questo è il motivo per cui la comunicazione (quella politica, istituzionale, d'impresa, ecc) è ancora oggi bloccata nelle forme del consociativismo (formula esaurita nei primi anni 90).
La classe borghese, avvertendo il pericolo per la sua stessa esistenza (conservazione), non rimane passiva, anzi: ha bisogno proprio del conflitto per affermare il proprio dominio: conflitti da alimentare e produrre in qual-si-a-si-mo-do possibile.
Sì. A qualunque prezzo e con qualunque mezzo a disposizione: persino affamare il Paese, se necessario: se a qualcuno questo ricorda similitudini con ciò che sta accadendo in questo momento, forse sta cominciando a comprendere. 
La scala di questa 'reazione' è attuata su scala transnazionale.


Pasolini avrebbe definito gli attuali programmi televisivi, tutti, senza perifrasi, come fascisti. 


Programmi dove si rappresenta il conflitto come un'arena dove gli spettatori  (spettatori per lo più passivi e privi di adeguati strumenti critici in quanto diseducati da almeno 60 anni di consapevole malgoverno e malafede di coloro che hanno avuto le redini di questo Paese e relegati a semplice funzione di consumo e di riproduzione) attendono di vedere le carni a brandelli di questo o quel personaggio, i contenuti non importano, importa lo spettacolo del sangue (come nel Colosseo: le scenografie delle tribune tradiscono proprio questa finalità), i cui conduttori formulano domande e introducono argomenti irritanti per gli invitati a discutere. Il conflitto dopo pochi minuti assume così toni arroganti, provinciali, intrisi di protervia rancorosa e privi di alcun significato costruttivo, di riflessione e di critica positiva di crescita/superamento, se non quello di evidenziare aspramente le colpe/difetti dell'altro. 
Lo scontro per essere tale ha bisogno di nemici e un esito, in un modo o nell'altro.

Spesso con la consapevole o meno complicità dell'invitato di turno.


Pasolini non avrebbe avuto paura di valutare come fascisti programmi di puro conflitto come quello di Santoro, della Dandini, di Floris, di Lerner e tanti altri simili sparsi in quasi tutte le fasce orarie (Forum, Amici, Uomini e donne e.. mi scusino coloro che ho dimenticato in questa assurda lista!).






Lo spettacolo ha bisogno di conflitto.
Il dominio della classe borghese ha bisogno del conflitto per essere percepita come consolante e unico riferimento di un ordine: anche se quell'ordine è il diritto che non tutela il più debole, il dominato, ma la stessa classe dominante che lo ha elaborato.


Linguaggio e Maschera, gli strumenti operativi più efficaci in questa era (quasi) post-borghese:


il linguaggio poiché consente, prima ancora dell'analisi dei contenuti, di stabilire il rapporto di inclusione/esclusione: strumento più efficiente e rapido della negoziazione, al fine di individuare gli interessi irrinunciabili;



la maschera poiché impedisce la comprensione del proprio obbiettivo da parte dell'avversario (classe dominante che resiste): aiuta a conseguire il risultato.. maschera non è immagine.. la maschera è una comunicazione reale (autentica) ma fuorviante, per chi ha il potere di ostacolare l'obbiettivo: strumento più efficace del consenso per ottenere risultato: la maschera è indispensabile per chi è debole (non ha potere) nei conflitti (confronto/scontro con chi ha potere).



.... cogliere l'essenziale....

"La specifica distinzione politica alla quale è possibile ricondurre le azioni e i motivi politici è la distinzione di amico e nemico" (Schmitt, Il concetto di politico, 1932, trad. Schiera): il nazista pone alla radice dell'esistenza il contrasto.


"Il criterio metodologico su cui occorre fondare il proprio esame è questo: che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale" (Gramsci, Quaderni, quaderno 19, nota 24, 1935: modifica in senso opposto la nota 44 del quaderno 1, 1929, dove la direzione intellettuale e morale è un tipo di dominio, non l'opposto del dominio).


"Quando le differenze di classe saranno scomparse il pubblico potere perderà il suo carattere politico" (Marx-Engels, Manifesto del partito comunista, cap. II, 1848, trad. Cantimori Mezzomonti).


Il pubblico potere perde il carattere politico quando è esercitato con amore: l'egemonia (della classe operaia, o di qualsiasi altra classe subalterna al potere di turno) è nella capacità di esprimere, nei propri comportamenti, amore.


Debito di idee a Federico, a Giorgio... e al nostro gruppo di lavoro...







"La presa del potere"
Giorgio Gaber