giovedì 28 giugno 2012

Declino dell'informazione 'oggettiva' (del potere). E conseguenze.

Le pulci al potere dobbiamo farle da soli perché l'informazione (che per ruolo e definizione dovrebbe fare essa le pulci al potere, non è in grado di fare alcunché) è tutta in mano al potere attraverso gli assetti proprietari e le nomine di direttori e caporedattori. 

Oggi occorrerebbe diffidare di chi fa il giornalista per testate storiche e blasonate: cosa hanno combinato  negli ultimi venti-trenta anni (chi più chi meno) per contribuire allo sfacelo che stiamo vivendo in questo momento?

C'è ancora qualcuno che ancora crede che l'informazione cambi le cose?

L'informazione se critica può solo dare informazioni utili a indirizzare le scelte e i mutamenti che però avverranno per forza di cose nella società reale, nei rapporti reali tra le persone che si incontrano (non su Internet: Internet per questo non esiste).


L'informazione se debole, finisce succube del potere che la tiene al guinzaglio per non essere infastidito da domande imbarazzanti (che il giornalismo di professione ha abbandonato da decenni), tutt'al più suscita indignazione, qualche mugugno, alimenta discussioni da bar o da pausa caffé, esattamente come l'ultimo gossip o come la onnipresente partita di calcio, consueta valvola di sfogo delle tensioni campanilistiche di noi Italiani.


Il bavaglio? E' studiato soprattutto per le informazioni che circolano su Internet, che anche se non cambiano gli equilibri di potere, però infastidiscono i manovratori (che non vogliono essere disturbati): quando si accorgeranno che è più utile 'spiare' e 'schedare' chi e cosa si dice in rete, piuttosto che 'imbavagliare' e 'censurare': allora perfino l'Acta sarà rifiutato (per operare diversamente, in segreto, solo a protezione di generici interessi commerciali).

Politicamente, dal punto di vista del potere, Internet conviene tenerlo aperto: come la droga usata negli anni 60 per neutralizzazre la protesta: se si fuma con abbondanza di approvvigionamento si ha meno voglia di ribellarsi: così la televisione, così internet, strumenti che non cambiano proprio nulla nei comportamenti e scelte, se non mutare il sistema percettivo quando masse di persone si assuefano a tali strumenti per lunghi periodi di tempo (generazioni): la tv e Internet oggi narcotizzano i sensi critici soffocati nell'illusione di aver fatto qualcosa di concreto solo perché si sono inviati decine di tweet, messaggi, emails, sottoscrizioni di pagine web, si è risposto nei blog su questo o quell'argomento... e pensiamo che la società stia cambiando perché noi seduti davanti ad uno schermo ci illudiamo di interagire con tutto il mondo, che sarebbe tutto intero sotto la tastiera del dispositivo.

L'interazione è una inter-azione tra persone: e l'azione è una esperienza multisensoriale: coinvolge mente e corpo in uno scambio culturale/biologico non imitabile (ancora, per fortuna) da alcuno strumento tecnologico inventato dall'uomo che imiti grossolanamente una qualsiasi delle funzioni umane: meccaniche, nervose o cerebrali che siano.

L'interazione per via telematica è chiamata così (interazione) per via della confusione tra feed-back binario 1-0 (input-output) con il feed-back molto più complesso e complessivo dell'esperienza umana: ciò che invece produce uno scatto conoscitivo, morale, una esperienza che modifica i nostri valori/interessi.


Il fatto che se io pigio sulla tastiera qualcosa e dall'altra parte avviene poi lo stesso senza altro coinvolgimento non è comunicazione (rapporto) ma mero scambio di dati.

Che poi qualcuno scambi la mole di dati scambiati per un sistema vivente complesso, allora ciò significa che abbiamo perso il senso dell'essere umano e viviamo (non tutti, per ora, per fortuna) all'interno di stati di allucinazione collettiva.

Internet per prima cosa non è "tutto il mondo": è solo quello che alcuni esseri umani hanno deciso che sia accessibile attraverso la selezione/pubblicazione di materiale vario: ma il mondo è molto più ricco e vario di quanto si creda sfogliando/navigando per Internet (Shakespeare).

Internet è una selezione di dati immessi in una rete di informazione.

Chi decide quali dati sono disponibili e accessibili?
Noi, o meglio: la nostra griglia psichica di interessi/valori.

Internet, tanto per concludere, non è nemmeno democratico poiché il suo utilizzo è subordinato alle risorse disponibili per pagarsi l'abbonamento di connessione, i dispositivi e gli accessori: cioè crea emarginazione.

E' evidente che al "popolo della rete" questo tipo di emarginazione non importa, in quanto esso (essendo connesso in rete) questo probelma non lo vede (ciò che non è connesso non esiste): questo è l'aspetto più inquietante e paradossale dell'uso di questa tecnologia... e per via di una cultura borghese di cui siamo ancora (più o meno) intrisi: se il popolo della rete non 'vede' tale problema, allora tale problema, semplicemente, "non c'è".


Uso il verbo 'vedere' perché, dei nostri sensi, dalla stampa di Gutenberg in poi, abbiamo privilegiato la 'vista' per valutare la realtà: la lettura, i libri, il linguaggio stampato come proiezione della nostra identità nazionale, e poi le immagini stampate, le foto riprodotte, la tv, lo schermo del computer: in Internet si guardano parole e video e immagini in misura maggiore che nella realtà: questo modifica a lungo andare il nostro sistema di equilibrio percettivo: non siamo più abituati ad ascoltare poiché la visibilità richiede una presenza continua (visibile, appunto) pena l'annullamento di sé: perciò, anche quando si parla, molti non vedono l'ora che l'altro smetta per poter cominciare a parlare (senza alcun rapporto con l'altro) così da ri-affermare la nostra identità in quello spazio: non siamo più abituati a stare con gli altri in silenzio: ad ascoltare e percepire vibrazioni, emozioni, sentimenti: eaperienze che non hanno bisogno di parole e nemmeno di immagini (fin troppo manipolabili) per esistere: la realtà interna non può mentire a chi 'sa ascoltare'.

Su Internet è più facile 'fingere' altro da sé.

Ciò che è accaduto in Nord Africa è visto da noi, da qui (dal nostro 'punto di vista' parziale, viziato da un sistema percettivo alterato) come un evento provocato da Internet: chiaro che chi parla così sta parlando dal suo salotto di luci soffuse: e non ha alcuna idea del processo che ha avviato quell'evento.


In quelle terre la cultura è una cultura non-borghese.

Lì le persone vengono prima delle istituzioni, non il contrario: infatti lì il diritto non avrebbe efficacia: solo militari dittatori con le armi possono imporsi sulle persone che non obbedirebbero alla legge ('verità' astratta di potere oggettivizzato): non obbedirebbero ad un 'oggettivo dover essere'.

Le persone si incontrano per strada e nelle piazze e si parlano e si confrontano: sono culture orali/tribali (M. McLuahn, Toronto, 1963): non in senso spregiativo, anzi: il linguaggio di tipo orale/tribale è quello attualmente più vicino alla natura organizzativa della rete tecnologica di Internet (per nodi): è un elemento di aggregazione naturale più umano del nostro (ancorato ad una visione di struttura di potere): noi, che oggettivizziamo perfino l'amore: si ama l'amore in sé, anziché la persona che abbiamo di fronte: poiché non mettendosi in gioco non c'è nulla da temere per le noste vacillanti identità.

In questo mutamento epocale: quando le identità si incontrano, avviene in una prima fase uno scontro delle rispettive rappresentazioni poiché ognuna teme di essere annullata dall'altra: in un secondo momento si costruisce il rapporto di equilibrio (di egemonia) dei diversi interessi su livelli superiori (più elevati): i compromessi di esistenza nella nostra cultura dominante in agonia sono sempre compromessi in cui l'altro è 'il nemico' e quindi gli unici compromessi possibili sono quelli a perdere: tu rinunci a qualcosa e io rinuncio a qualcosa: tutti e due perdiamo qualcosa pur di sopravvivere l'uno all'altro: una spirale discendente che alla fine finisce per annullarci tutti irreversibilmente.

A livelli superiori di crescita culturale-biologica, la diversità è l'elemento fondante di nuovi e migliori equilibri (rispetto agli stati preesistenti): la nostra cultura attuale non è ancora a questo stadio: tutt'ora la 'diversità' è considerato soltanto un argomento topico di retorica concettuale.


Quando la diversità sarà elemento rilevato come unica variabile in grado di innescare mutazione e risolvere schemi (culturali-biologici) non più adeguati, allora il cosiddetto 'compromesso' non sarà più a perdere ma a 'guadagnare': io apprendo e accetto una cosa nuova e sconosciuta di te e tu apprendi e accetti una cosa nuova e sconosciuta di me: tutti e due facciamo esperienza di qualcosa di sconosciuto che (sensorialmente), ci muta profondamente, culturalmente e biologicamente: spirale ascendente verso possibilità di esistenza non ancora immaginate.
Qui c'è amore per l'altro essere umano che è di fronte a noi.

Di conseguenza: i rischi di eliminarci l'un l'altro (nelle guerre... ma anche nella vita di tutti i giorni... fisicamente e psicologicamente...), insieme a quelli di farci del male inutilmente, saranno sempre minori.


Così come i sistemi automatici (informazione telematica, finanza computerizzata, borse ed economie virtuali, robot di controllo e produzione) saranno per forza di cose ridimensionati affinché agiscano nell'interesse di tutti gli esseri umani, e non contro la maggior parte degli esseri umani e a favore dei pochi che dominano gli altri: poiché non sapendo più amare la propria, di vita, allora si dedicano a distruggere la vita degli altri.







Giorgio Gaber, La Democrazia (1996)









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