mercoledì 13 giugno 2012

Il diritto non esiste (4). Perché le facoltà di giurisprudenza non sono uguali e il non-senso del dire: "giuridicamente".

Il titolo di questo post riporta "le facoltà di giurisprudenza" (plurale), invece lo studente si chiede: mi iscrivo o no alla (singolare) facoltà di giurisprudenza?

"Le facoltà di giurisprudenza". Quante sono? Più d'una, o ce n'è una sola?
La vera risposta a questa domanda può essere data solo da chi è avanti nella scienza giuridica
, alla frontiera: ma poi non sarebbe capita ("non si può dire tutto a tutti", occorre considerare chi si ha di fronte, intervista televisiva a Pier Paolo Pasolini): perché esige, appunto, di avere già studiato.


Perciò dovremo limitarci ad una descrizione.
La risposta vera è che le facoltà di giurisprudenza sono infinite. Come si vede è una risposta difficile da capire. Nel contesto culturale dominante.

Territorialmente le facoltà di giurisprudenza sono molte.
Se ho la facoltà sotto casa spendere soldi per stabilirmi altrove è un problema. Se non ve ne sono devo scegliere in quale città andare.
Occorre un motivo forte per iscriversi altrove, se si ha la facoltà sotto casa, o un criterio di scelta se non la si ha sotto casa.


Giuridicamente le facoltà di giurisprudenza sono tutte uguali: esiste una sola legge che le regola, l'iscrizione si svolge formalmente allo stesso modo, il titolo che rilasciano è giuridicamente lo stesso.
Cosa vuol dire che "giuridicamente sono tutte uguali"?
Nulla.
Affrontiamo qui il concetto centrale del diritto: per il giurista "giuridicamente" non significa nulla.
Quando gli altri di fronte a "giuridicamente" si fermano, il giurista va oltre.

Scientificamente le facoltà di giurisprudenza sono diverse: le persone che vi insegnano sono diverse, e la scienza non è altro un modo di ragionare di persone.
Il diritto privato insegnato a Roma, a Milano e a Messina è diverso perché (fra le altre variabili) le persone sono diverse: scambiando di posto il professore di Roma e quello di Milano o Messina, le facoltà cambiano.
Prima regola per valutare le diversità fra le facoltà di giurisprudenza: conoscere i nomi delle persone che vi insegnano e farsi fare una descrizione di che persone sono.

Politicamente le facoltà di giurisprudenza sono diverse: poiché la carriera universitaria è fatta (da sempre: da quando esiste l'Università) per cooptazione, è naturale che il collegio che coopta tenda a perpetuare il proprio indirizzo politico: l'insieme delle cooptazioni è funzione dell'equilibrio politico del collegio cooptante
Pertanto ogni facoltà di giurisprudenza ha una propria fisionomia politica: c'è quella del capitalismo avanzato e quella del socialismo, quella del compromesso e quella del confronto, forse c'è ancora quella della feudalità e ci potrebbe essere quella della classe operaia.
Seconda regola per scegliere fra le facoltà: capire qual è l'indirizzo politico.

Qui si pare un problema molto importante: come si esprime l'indirizzo politico di una facoltà di giurisprudenza.
Poiché per il giurista "giuridicamente" non vuol dire nulla, per il giurista l'indirizzo politico non si esprime con atti formali.
Se un consiglio di facoltà decidesse, in ipotesi, "noi lavoriamo per il socialismo", oppure "noi difendiamo la cristianità", oppure il "il nostro scopo è il progresso economico e sociale", tutto ciò per il giurista non vuol dire proprio nulla.
L'aspirante giurista quindi se ne deve fregare: uso questa espressione 'pesante' per sottolineare che è difficile non annettere importanza alle dichiarazioni formali (come a quelle di governo e di partito): siamo così abituati a dare importanza alle dichiarazioni verbali che la loro accettazione diventa automatica.


Quando uno dice "io sono il proprietario" è difficile non annettervi importanza: il giurista sa che "io sono il proprietario" non vuol dire nulla, ma appunto, è solo il giurista che lo sa. Ora è difficile che un consiglio di facoltà dichiari, con la stessa sicumera con cui uno dice "io sono il proprietario", che è per questo o quell'indirizzo politico: in pratica gli atti formali indiretti sono molti: l'iscrizione ai partiti, le partecipazioni ai convegni, l'adesione ai documenti, le dichiarazioni.
Tutto ciò non conta.

Che cosa conta per valutare l'indirizzo politico di una facoltà di giurisprudenza?
Bisogna vedere qual è il "proprio" di una facoltà di giurisprudenza: qual è la 'sua' scienza giuridica. Le facoltà di giurisprudenza esistono per elaborare e trasmettere la scienza giuridica. Quindi l'indirizzo politico di una facoltà di giurisprudenza è l'indirizzo politico secondo il quale essa elabora e trasmette la scienza giuridica.

Come si fa a valutarlo?
Per il giurista è facile, per l'aspirante giurista è difficile: propongo un criterio di relazione: l'aspirante giurista non è in grado di valutare la scienza giuridica ma è in grado di valutare i metodi didattici. Arriva ala facoltà di giurisprudenza dopo un curriculum di studi che lo mette in grado di valutare i metodi didattici: sa che esistono metodi fascisti e metodi comunisti, metodi cattolici e metodi laici, metodi aristocratici e metodi borghesi e così via (il criterio di distinzione fra i vari metodi sono fati suoi). Indirizzo politico della scienza e indirizzo politico dei metodi didattici necessariamente coincidono: è tutto quello che posso dire.
Quindi il problema fondamentale per valutare una facoltà di giurisprudenza è informarsi a fondo su quali metodi didattici vengono usati: in base a questo scegliere.

Le cattedre possono essere diverse da facoltà a facoltà.
Poiché l'oggetto dell'insegnamento nelle facoltà di giurisprudenza è la scienza giuridica, cioè un modo di ragionare, non una lista di nozioni e concetti o come altro vuoi chiamarli, bisogna ragionare sulle facoltà di giurisprudenza con il concetto matematico di insieme, non con quello di operazioni su unità: il modo di ragionare deriva dall'insieme delle esperienze fatte nella facoltà di giurisprudenza, non da una sommatoria di esperienze.

Per essere più precisi: nozioni concetti contenuti eccetera sono il veicolo attraverso il quale si trasmette il modo di ragionare; le esperienze fatte nella facoltà di giurisprudenza sono in realtà le esperienze fatte durante gli anni in cui si frequenta la facoltà di giurisprudenza: quindi anche quelle fatte al di fuori della facoltà (un giurista è un giurista soprattutto quando va in autobus).

Quanto alla materia insegnata nei corsi "fondamentali" (il motivo delle virgolette lo spiego dopo), anch'essa varia, per uno stesso titolo di corso, da facoltà a facoltà. 


Parlo qui non del metodo scientifico, che può variare da persona a persona, ma della materia su cui si esercita la scienza: l'oggetto della cattedra. Qui ha rilevanza il fatto che le facoltà di giurisprudenza territorialmente sono più: poiché il diritto attiene ai rapporti umani, chi insegna il diritto non può essere insensibile ai rapporti umani che ha intorno. Se insegna diritto processuale a Napoli nella materia insegnata rientrerà il modo in cui gli avvocati napoletani difendono le cause, se lo insegna a Torino rientrerà il modo di essere degli avvocati piemontesi. Se insegna diritto commerciale a Catania porterà esempi diversi da chi insegna il diritto commerciale a Bologna. Ogni facoltà, per la materia insegnata, ha un collegamento con la realtà ove è inserita. Scegliere fra le facoltà, da questo punto di vista, è scegliere il tipo di società in cui piacerebbe vivere: se ti sono simpatici i fiorentini è un buon motivo per andare a studiare a Firenze, se ti sono simpatici gli abruzzesi è un buon motivo per andare a studiare diritto a Pescara.
Preciso che quest'ultimo criterio, la materia insegnata o tipo di società in cui è inserita la facoltà, è diverso dal criterio territoriale perché una facoltà può essere territorialmente collocata in un certo posto ed essere inserita in un tipo di società diverso. I professori pendolari, che vivono a Roma e insegnano a Reggio Calabria, sono un mezzo di esportare la società romana in quella calabrese. Arricchimento culturale? Civilizzazione? Colonizzazione? Dipende dai punti di vista.

Le virgolette su corsi "fondamentali". Le facoltà di giurisprudenza sono organizzate intorno a un'asse portante che è il diritto privato, e in base a esami "fondamentali". Le virgolette, intorno a "fondamentali", per dire che bisogna intendersi: fondamentali per chi? Per chi fece le facoltà di giurisprudenza, senz'altro; per chi va oggi alla facoltà di giurisprudenza, se li sceglie da solo. In pratica si può studiare come "fondamentale" un secondario o inesistente (antropologia, storia del diritto moderno, filosofia) e come secondario (dedicarsi poco tempo o non studiarlo affatto) un esame "fondamentale": procedura civile, ad esempio, o diritto romano.

Quanto all'asse portante, il discorso è più profondo e meno appariscente a prima vista. Anche posto di distribuire il tempo fra gli esami in modo da interessarsi particolarmente ad alcuni e non ad altri, facendosi cioè i fondamentali a proprio uso e consumo, secondo gli interessi personali, difficilmente avrà chiaro che tutta la facoltà è fondamentalmente organizzata in modo da privilegiare il diritto privato: cioè l'esistenza della legge e del diritto soggettivo, del negozio e del contratto.

Le facoltà di giurisprudenza in Italia non hanno avuto evoluzione storica.
Il presupposto, prima del 1968, prima del 1977, era che il diritto è l'insieme delle leggi, e i libri di diritto. E le sentenza.
Oggi guardiamoci attorno (in autobus o leggendo il giornale): dov'è la corrispondenza fra le leggi e i libri di diritto, e la realtà? (per le sentenze il discorso è diverso: lasciamole da parte).
Allora si concepiva l'evoluzione storica delle facoltà di giurisprudenza come evoluzione di leggi (quelle che regolano le facoltà di giurisprudenza, oppure quelle che sono studiate nelle facoltà di giurisprudenza) o di libri di diritto (di nuovo: quelli che descrivono le facoltà di giurisprudenza, o quelli che sono studiati nelle facoltà di giurisprudenza).
Oggi sappiamo che le facoltà di giurisprudenza non sono le leggi o i libri di diritto, ma la scienza giuridica (criteri di valutazione della qualità del rapporto tra gli interessi)
E non c'è stata evoluzione storica nella scienza giuridica insegnata nelle facoltà di giurisprudenza in Italia dall'origine (1848-1860: tieni presente che l'Italia è nata allora) ad oggi.


Eppure ci sono tanti professori che hanno scritto tanti libri, e ognuno ha pensato di dire qualcosa di nuovo.
Come si fa a dire che la scienza giuridica che studiò e insegnò Pellegrino Rossi (filofrancese ammazzato a Roma nel 1848) o Pasquale Stanislao Mancini (filotedesco che fece l'alleanza con Germania e Austria dopo il 1880) è la stessa che è scritta nei libri di Rocco (quello del codice fascista) o di Calamandrei (che fece un celebre discorso antifascista sulla Costituzione), la stessa che puoi sentire nell'aula dove ha insegnato Amendola (ecologista) o il filosofo del diritto Cerroni (comunista)?

La scienza giuridica serve a descrivere la società.
La scienza giuridica insegnata nelle facoltà di giurisprudenza in Italia è sempre servita a descrivere la società borghese. Per questo le facoltà di giurisprudenza in Italia non hanno avuto una evoluzione storica.
E' un errore pensare che l'evoluzione delle facoltà di giurisprudenza è un'evoluzione delle leggi che le regolano, o vi sono studiate, o dei libri di diritto che le descrivono o vi sono studiati, perché leggi e libri di diritto, quale che sia il loro contenuto, sono sempre la stessa società.

La legge è il diritto della società borghese
I libri di diritto dall'inizio dell'Ottocento in poi presuppongono la pandettistica, cioè la scienza giuridica della società borghese.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...




"La legge", da "Un'idiozia conquistata a fatica" di Giorgio Gaber, 1998-1999







1 commento:

  1. Cooptare :latino 'cooptare' "eleggere un nuovo membro, aggregare" composto di 'cum' con e 'optare' scegliere; chiamare qc. a far parte di un collegio o di una corporazione, da parte degli stessi componenti il collegio.

    Sicumera : ostentazione di grande sicurezza di sé. Sinonimi: ostentazione, prosopopea, presunzione, sussiego.Contrari: modestia, semplicità, umiltà.

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