martedì 19 giugno 2012

Il diritto non esiste (9). Lo stato delle cose?

Qual è lo stato delle cose, oggi?

Quale che sia la facoltà, le dimensioni sono le stesse: è una facoltà che produce troppi 'giuristi' che fanno danno, e troppo pochi che servono davvero.

C'è la facoltà con 20.000 studenti e quella con 400. Quella dove non si riesce a farsi strada nei corridoi tra una folla agitata, e quella in cui un gruppo di tranquilli, troppo tranquilli studenti in un'aula rinascimentale ascolta in un pomeriggio dorato la voce pacata del docente.
Non è solo questione di numero di iscritti: il rapporto spazio fisico-studenti, docenti-studenti, libri-studenti è diversissimo.
Ma non conta.



La facoltà di giurisprudenza è la scienza giuridica, e la scienza giuridica è modo di ragionare.
Si può ragionare in mezzo a un campo di grano e in mezzo al traffico: certo in mezzo al traffico è più difficile, ma il divario è tra ragionare e non ragionare, non all'ambiente esterno dove ci si trova.
"Tanto gentile e tanto onesta pare" oppure "Forse perché della fatal quiete / tu sei l'imago": riuscire a fare poesie musicalmente così diverse è piegare le condizioni materiali: chi si propone di studiare oggi il diritto deve sapere che le condizioni materiali della facoltà in cui ci si trova a lavorare sono proibitive. Ma non abbattersi: frequentare la facoltà di giurisprudenza è una lotta, e le dimensioni matriali sono la parte minore di essa. La parte maggiore è il rapporto con le condizioni esterne alla facoltà: il mercato del lavoro. Si va alla facoltà di giurisprudenza per trovare lavoro: e il lavoro non c'è.
Poichè il lavoro non c'è per il laureato in giurisprudenza.

Ci sono due modi possibili per affrontare il problema del trovare lavoro: andare alla facoltà di giurisprudenza quando si ha già un lavoro; fare doppio lavoro.
La prima soluzione sarebbe la migliore: andare alla facoltà di giurisprudenza avendo già un lavoro: non importa quale: istruttore di nuoto, impiegato di banca, elettricista.
Le difficoltà di questa soluzione è che è l'opposto del modo tradizionale di concepire l'università. I lavoratori-studenti e gli studenti-lavoratori, secondo questo modo di vedere le cose, sono dei poveretti, costretti dalle loro minori capacità (ecnomiche, intellettuali, familiari, morali - il modello per questo modo di vedere è Alfieri, che si faceva legare alla sedia) a vivere l'università solo a metà.



Come è evidente: ci sono tutti gli ingredienti della società borghese: la morale della volontà; lo studio riservato a un'élite; il presupposto che chi va all'università troverà un lavoro migliore degli altri; il presupposto che chi va all'università comanda, e gli altri lavorano.

In realtà, chi va solo all'università, anche se prende tutti trenta, impara il diritto solo a metà: in primo luogo perché glielo insegnano giuristi inesistenti (nel passaggio da una società a un'altra, vedi qui); in secondo luogo perché, nella società in cui viviamo, il diritto non è "il diritto", ma il rapporto tra il diritto della società borghese e la (nuova) realtà.
Chi vive solo nel mondo del diritto, all'università impara a vivere in un mondo inesistente; quando esce dall'università è un giurista che fa danno.
L'altra soluzione, il doppio lavoro, è molto più pesante: perché è difficile convincersi che il voto migliore all'università oggi può essere, in determinate condizioni, ventisei anziché trenta. Quando chi prende trenta è perfettamente integrato, non capisce i problemi degli emarginati; il problema del diritto oggi sono gli emarginati, che non sono solo il problema del sindacato, e che non è problema che si risolve solo riducendo l'orario giornaliero di lavoro.

Il giurista che serve oggi nella società è quello che risolve i problemi del rapporto tra il diritto della società borghese e la realtà trovando un posto per gli emarginati: di questi giuristi dalle facoltà di giurisprudenza ne escono pochi.

La facoltà di giurisprudenza non è il culmine degli studi perché gli studi servono a formare l'essere umano e, per definizione, la facoltà di giurisprudenza specializza: dunque gli studi finiscono prima dell'università, e l'università è altra cosa: che cosa è l'università?
E' il luogo dove si elabora la scienza, cioè il modo di ragionare: luogo per specialisti: la facoltà di giurisprudenzaè luogo per specialisti: i giuristi.
Questi specialisti secondo il diritto della società borghese sono individui che sanno tutto sulla legge e sui diritti soggettivi. Quelli che servono oggi sono quelli che sanno magari un po' meno di leggi e diritti, ma sanno vivere con gli altri e organizzare gli interessi. Per fare questo bisogna fare doppio lavoro: studiare all'università, e vivere la realtà della società. Sarà difficile prendere trenta, ma si diventa un giurista che serve.
Il giurista che serve trova lavoro, senz'altro.

Manifestazione bracciantile a Mantova, 1957

Chi ha il potere è alla ricerca di chi gli consolidi il potere, e il potere oggi crolla se non risolve il problema degli emarginati non in un mondo inesistente, con le leggi e i diritti, ma nel mondo reale, con una soluzione politica dello scontro di interessi concreti nella situazione singola, ha solo l'imbarazzo della scelta: quale potere consolidare.

Quando esiste il diritto borghese e la società non è completamente borghese certamente qualcosa va male. Infatti: basta guardarsi attorno.


... debito di idee a Federico, a Giorgio, e al nostro gruppo di lavoro...




Così Lontano, Così Vicino (Faraway, so close)
Wim Wenders, 1993
(la teoria del tempo)






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